
Il mio studio è un luogo sereno, fatto di scaffali e di fili elettrici che impediscono ad un aspiraplovere di passare felice nel mare della vita, così come si conviene. I libri sono suddivisi per tema e grandezza, ma anche secondo criteri di praticità: quelli che consulto di più, vicini, gli altri in alto. I cd seguono lo stesso schema e così pure gli album fotografici. Recentemente il mio primo fidanzatino mi ha confessato di non ricordare e io non l’ho presa molto bene (ognuno di noi pensa di essere indimenticabile), ma soprattutto ho pensato che a me non sarebbe mai successo: io metto gli eventi – e in generale gli inputs – in categorie così, naturalmente, mentre li ricevo; e dai loro scaffali, non li muove più nessuno. Archivio con una pazienza ed in una maniera così pedante che raramente incontro assistenti che mi soddisfino: sono disordinati. E mi fa arrabbiare che si ricordino poche cose, mi dico, ma com’è possibile.
Una sezione intera è dedicata agli euracomix, che considero i libri più pregiati su quelle mensole; schifo le liste di letture procacciata dai miei insegnanti, vili trasmettitori di quello che va letto piuttosto che quello che è ganzo, ma amo i miei fumetti e li rileggo di continuo, sperando un giorno di ricordarmi anche solo un nome di un personaggio. I volumi sono circa cinquecento, ognuno di un centinaio di pagine, ci sono i nomi dei grandissimi: Salinas, Alcatena, Wood, Oesterheld e Francisco Solano Lopez. Per qualche strano motivo agli argentini i fumetti gli vengono d’un bene incredibile.
Nel mio studio non si può entrare con un telefono in mano perchè parlare a due persone contemporaneamente, mi hanno insegnato, è cosa da asini. Oltretutto la mia soglia di attenzione è davvero minima, finisce che mi infilo in tutte le conversazioni anche senza volere, rispondo a chi non c’è, trascuro chi mi parla. Il caffè vi viene servito a distanza regolare di due ore ed ogni due caffè corro a lavarmi i denti, per non finire la giornata con quello sgradevole appiccicaticcio sulla lingua e non farmi venire voglia di fumare. Non si fuma qui. Il cane ama questo luogo e non appena escono quelli che lo trattano da animale viene ad accucciarsi sotto i miei piedi, e lì rimane finchè non ho finito – certi giorni smetto tardissimo. Gli parlo, gli chiedo, mi guarda.
Troneggia nel mezzo della libreria di legno chiaro lo stereo Panasonic, annata 1978, con testata per 33 e 45, perchè senza musica non se ne parla neanche di lavorare – o di vivere. A destra un impianto da Arena di Verona per improvvisazioni di chitarra e registrazioni su Garage Band, ovvero della bellezza di sentirsi cantare e della vicina di casa. Un ventilatore come si vede nelle foto di Hemingway campeggia nel soffitto, di legno, con le quattro lampadine a vista e le cordicelle per aumentare o diminuire l’intensità delle pale.
Più di tutto, il mio studio è un luogo di raccoglimento ed entusiasmi, di sedere quadrato sulla poltrona a suon di ricerche, letture, scritture. Ci ho anche dormito tante volte, qui, quando il letto era diventata una punizione. Ci ho dormito anche quando sono rimasta incinta, perchè era l’unico posto dove mi potevo scordare del feto e dei commenti di chi mi, ci, stava attorno, quando mi sembrava di essere un portatore involontario di una cosa più grossa di me. Poi è nata, quella cosa, e mentre io lavoro nello studio lei visita con il suo finto stetoscopio tutti i miei fumetti, rompe le mie penne, ride da sola e sbuca nelle videoconferenze con i miei contatti più rispettati, salutando con la sua manina. In fondo, a lei, che uno sia direttore o Grande Capo Figlio Di, ma cosa gliene frega? Hanno ragione loro, i bambini, che amano solo le canzoni in maggiore perchè fanno allegria, che salutano il mondo senza chiedersi se saranno graditi o no, che ridono a schiovere e pitturano sui muri. E perchè no?
Dalla finestra si vede il giardino dove la signora polacca stende i panni in mutande, anche a febbraio. E perchè no?











