Juanita de Paola

Il mio studio è un luogo sereno, fatto di scaffali e di fili elettrici che impediscono ad un aspiraplovere di passare felice nel mare della vita, così come si conviene. I libri sono suddivisi per tema e grandezza, ma anche secondo criteri di praticità: quelli che consulto di più, vicini, gli altri in alto. I cd seguono lo stesso schema e così pure gli album fotografici. Recentemente il mio primo fidanzatino mi ha confessato di non ricordare e io non l’ho presa molto bene (ognuno di noi pensa di essere indimenticabile), ma soprattutto ho pensato che a me non sarebbe mai successo: io metto gli eventi – e in generale gli inputs – in categorie così, naturalmente, mentre li ricevo; e dai loro scaffali, non li muove più nessuno. Archivio con una pazienza ed in una maniera così pedante che raramente incontro assistenti che mi soddisfino: sono disordinati. E mi fa arrabbiare che si ricordino poche cose, mi dico, ma com’è possibile.

Una sezione intera è dedicata agli euracomix, che considero i libri più pregiati su quelle mensole; schifo le liste di letture procacciata dai miei insegnanti, vili trasmettitori di quello che va letto piuttosto che quello che è ganzo, ma amo i miei fumetti e li rileggo di continuo, sperando un giorno di ricordarmi anche solo un nome di un personaggio. I volumi sono circa cinquecento, ognuno di un centinaio di pagine, ci sono i nomi dei grandissimi: Salinas, Alcatena, Wood, Oesterheld e Francisco Solano Lopez. Per qualche strano motivo agli argentini i fumetti gli vengono d’un bene incredibile.

Nel mio studio non si può entrare con un telefono in mano perchè parlare a due persone contemporaneamente, mi hanno insegnato, è cosa da asini. Oltretutto la mia soglia di attenzione è davvero minima, finisce che mi infilo in tutte le conversazioni anche senza volere, rispondo a chi non c’è, trascuro chi mi parla. Il caffè vi viene servito a distanza regolare di due ore ed ogni due caffè corro a lavarmi i denti, per non finire la giornata con quello sgradevole appiccicaticcio sulla lingua e non farmi venire voglia di fumare. Non si fuma qui. Il cane ama questo luogo e non appena escono quelli che lo trattano da animale viene ad accucciarsi sotto i miei piedi, e lì rimane finchè non ho finito – certi giorni smetto tardissimo. Gli parlo, gli chiedo, mi guarda.

Troneggia nel mezzo della libreria di legno chiaro lo stereo Panasonic, annata 1978, con testata per 33 e 45, perchè senza musica non se ne parla neanche di lavorare – o di vivere. A destra un impianto da Arena di Verona per improvvisazioni di chitarra e registrazioni su Garage Band, ovvero della bellezza di sentirsi cantare e della vicina di casa. Un ventilatore come si vede nelle foto di Hemingway campeggia nel soffitto, di legno, con le quattro lampadine a vista e le cordicelle per aumentare o diminuire l’intensità delle pale.

Più di tutto, il mio studio è un luogo di raccoglimento ed entusiasmi, di sedere quadrato sulla poltrona a suon di ricerche, letture, scritture. Ci ho anche dormito tante volte, qui, quando il letto era diventata una punizione. Ci ho dormito anche quando sono rimasta incinta, perchè era l’unico posto dove mi potevo scordare del feto e dei commenti di chi mi, ci, stava attorno, quando mi sembrava di essere un portatore involontario di una cosa più grossa di me. Poi è nata, quella cosa, e mentre io lavoro nello studio lei visita con il suo finto stetoscopio tutti i miei fumetti, rompe le mie penne, ride da sola e sbuca nelle videoconferenze con i miei contatti più rispettati, salutando con la sua manina. In fondo, a lei, che uno sia direttore o Grande Capo Figlio Di, ma cosa gliene frega? Hanno ragione loro, i bambini, che amano solo le canzoni in maggiore perchè fanno allegria, che salutano il mondo senza chiedersi se saranno graditi o no, che ridono a schiovere e pitturano sui muri. E perchè no?

Dalla finestra si vede il giardino dove la signora polacca stende i panni in mutande, anche a febbraio. E perchè no?

Juanita de Paola

C’è una cosa che non cambia mai per nessuno, ed è il modo con cui si approccia la domenica. Fin da piccoli ci siamo suddivisi in tre grandi gruppi: quelli che il sabato alle quattro del pomeriggio hanno già fatto i compiti per lunedì, quelli che li fanno la domenica sera con il magone e quelli che pianificano le forche con mesi di anticipo. Io appartengo all’ultimo gruppo, in terza liceo (classico) prima della maturità i professori chiedevano alle mie amiche se stavo bene giacchè non mi vedevano quasi mai: stolti!, io ero in biblioteca a studiare le minuzie, perdere di vista il quadro generale e flirtare con un biondo.

Ovviamente non si nasce nel terzo gruppo, ma vi si passa piano piano dal secondo, quello degli angosciati cronici, man mano che si acquisisce sostanza e conoscenza di sè; ma ancora oggi il suono cacofonico delle parole storiografia o geografia astronomica sono in grado di bloccarmi l’intestino per una settimana, se ci ripenso. Stiamo parlando degli anni in cui essere fidanzata con uno della propria classe si discosta di poco dall’incesto, in cui avere il look giusto è vitale, durante i quali io e Axel Rose abbiamo combinato di tutto (nei miei sogni).

Quelli del primo gruppo, i ligi al dovere in anticipo, sono quelli cui i matrimoni durano e dai quali gli imbecilli come noialtri si va a farsi consolare, a farsi sciorinare la buona novella consiliatque, visto che sembra che abbiano sempre ragione loro. E’ irritante, eppure è così. La secchiona della classe, che prendeva il pulmino alle quattro del mattino per essere in classe alle sette, ripassare e iniziare la lettura di Guerra e Pace già che le avanzava tempo, ha fatto carriera nelle assicurazioni. Ha sgravato sei figli, è rimasta magra, non si fa i peli nelle gambe perchè il marito la ama così com’è, d’estate si lancia con il paracadute una volta, sempre.

Quello che capiva, più che studiare, è diventato assistente universitario. E’ duecento chili e ha una moglie troppo carina per essergli fedele – eppure lo è. E’ pelato da quando aveva sedici anni e fa un figlio a intervalli regolari di un lustro, per non farli ingelosire. Di matrice steineriana parla coi figli di tutto ma con rigore, ed i pargoli sono primi all’asilo, alle elementari, alla scuola di okuto, ai giardinetti – dove lasciano il posto alle vecchie.

Ma di noi: cosa sarà? Di noi che non riuscivamo, anche se volevamo. Di noi che continuiamo a provarci, che quando compriamo il divano lo prendiamo anche letto, perchè un posto per i vagabondi ci dovrà pur essere in quella casa. Di noi che iniziamo le imprese umanitarie impossibili e poi tutti ci parlano dietro, che cretina, hai visto, cosa resterà? A noi, che non ci arrendiamo al partito dell’avere ragione, che con umilità finiamo a farci consolare da quelli bravi pensando certe volte, persino, che provino sincero affetto per noi (bollocks!) ci toccherà in sorte un pò di calma, di ragione?

Uno potrebbe fornirsi delle buone scuse, come: senza di noi sarebbero morti, quei vili; senza di noi la loro vita regolare sarebbe un inferno, perchè non avrebbero nulla di cui parlare. Ma non è vero, stanno proprio bene lì dove sono, e l’aprire la porta ai nostri incasinamenti non gli serve ad altro che a ritrovare un pò di pepe in camera da letto, la sera stessa – hai visto caro come è invecchiata, si vede che ha sofferto molto, si amore, che buona la torta alle pere e cioccolata che avevi fatto, vieni, copuliamo.

Forse la verità è che ognuno si raccoglie quello che ha seminato, e noi non avremo mai ragione. Continueranno a parlare di noi scuotendo la testa, dicendo ai propri figli occhio a non comportarti così, se no diventi come lei. Eppure, quando tutto era ancora salvo e ancora la vita aveva da venire, senza di noi non era la stessa cosa; ci si annoiava alle feste. Dico, a chi volevi telefonare alle quattro di mattina quando ti lasciavi per la sesta volta con lo stesso sbarbato: a noi o a quella fidanzata con lo stesso becchino da sei anni?

Bibliografia: La Versione di Barney, Mordecai Richler – da rileggere davanti a un caminetto con un bicchiere di scotch. Ma solo se si è letto almeno dieci anni fa e solo se in casa è possibile fumare il sigaro.

Videografia che è più una Musicologia: When the rythm rythm starts to play … (Live, Bjork – Í Dansi Með þér, Reykjavik,1990 [Part 5])

Juanita de Paola

Quando la buonanima di mio padre mi chiese di andare in Africa nel 2002, o forse nel 2004 non ricordo mai nessuna data, in missione umanitaria non ebbi dubbi: finalmente anche io avrei avuto modo di vedere questo cielo sconfinato che, si dice ed è vero, sembra stare appena sopra la testa. Avrei anche potuto iniziare una nuova vita con il Dottor Livingston della missione, decidere di rimanere per sempre là, ma papà aveva anche invitato a mia insaputa il mio allora fidanzato Luca e mi rovinò completamente il piano.

Era chiaro fino dall’inizio, dalle vaccinazioni, che sarebbe stata un’esperienza di stomaco e non permisi a niente e nessuno di frapporsi fra me e un dimagrimento spontaneo, di quelli che ti fanno indossare jeans e maglietta bianca con le ciabattine infradito e sembrare carina. Partii con un solo paio di scarpe: gli stivali marroni cowboy di pelle, tacco del dodici – praticamente rasoterra. Non avrei mai ripiegato sullo stile donna europea che si mette le brikkemeberekkestock e si lascia crescere i peli sulle gambe quando va in Africa: essa è una creatura spregevole, che approfitta della povera gente per avere le ascelle irsute. No. Inventai una specie di trousse che mi permettesse di avere sopracciglia e peluria sotto controllo, e mi portai un set di olio di ricino per capelli, che li faceva odorare di mandorlo quando non si potevano lavare. Non si potevano lavare mai, a meno che si facessero dodici miglia con un secchio in testa.

Avevo anche uno spazzolino da denti di quelli che generano acqua e dentifricio assieme, per avere denti a posto, cercavo di salvare il fiato, voglio dire. Il fatto che il mio fidanzato non desiderasse spendere tempo con me nel talamo la dice lunga sullo stato della nostra relazione all’epoca; l’Africa è una specie di continente viagratico, e io all’epoca costituivo un rimedio efficace contro ogni esprit ormonale, coperta di brufoli viola com’ero, specialmente se messa accanto a Mowinjo, dodici metri di femore e sedici chili vestita: signore e signori ecco la nostra guida, Naomi Campbell in disguise.

L’arrivo al villaggio fu traumatico ma inquietante. Tanto amore, dato sotto forma di accoglienza umana, può fare venire un attacco di panico: non abbiamo (più) quel codice linguistico, lo abbiamo perso, e ci attacca il sistema nervoso come un virus. Tutto il tempo ho avuto bisogno di pensare che ci prendessero in giro, che non fossero sinceri, altrimenti tutti i miei valori dovevano risettarsi su una nuova tacca, più profonda – e quella è sempre una fatica terribile. Più di tutto, capire che l’Africa ci insegna prima di chiedere, mi ha trasformato in una specie di macchietta napoletana per tutta la durata del viaggio: ero partita per fare la brava samaritana ed ero finita in un tempio umano in cui inciampavo di continuo, fatto di argilla e persone che usano il tempo, tutto, fino alla fine. La vista di un vecchio nudo, seduto sotto un albero, nel deserto che conduce all’altipiano di Ngoro Ngoro, con una radiolina e un bastone: quella, non la dimenticherò mai.

La vacanza di Juanita de Paola, di questo si trattò, spesata dalla missione cattolica senese fu un tripudio di ansia, gioia brada, panico, ritrovata energia e dieta di quelle dure – non perchè il cibo non ci fosse, anzi, ma perchè mancavano i condimenti e non c’era il vino. Sognavo un bicchiere di Brunello come il maiale sogna le ghiande, mi svegliavo nel cuore della notte con un tuffo al cuore: avevo in mente un calice di cristallo da degustazione, il Teatro dei Risorti e un Bolgheri del ‘97. Il mondo si aspettava che io facessi un filmino strappalacrime e io registravo le danze sincopate, in levare, dei bambini; il gruppo prevedeva un rinnovato spirito umanitario e io passavo le ore a ricordarmi le etichette dei rossi toscani. Un successo.

Videografia: perchè i luridi sono meglio

Cecilia McKee e Juanita de Paola

Cecilia McKee e Juanita de Paola

Cecilia McKee e Juanita de Paola

Cecilia McKee e Juanita de Paola

Juanita de Paola

Mio cuore, mia milza, escrescenza del mio animo, stavo tornando a casa stasera e mi guardavo camminare. Pensavo che senza avvolgermi al tuo braccio ho un’andatura sbilenca, dovuta sia alla cortezza del femore come alla lunghezza dei tacchi. Da piccola mi mettevano sempre quelle scarpe coi buchini in cima, così mortificanti, deve essere per quello che ora non scendo dai trampoli. Quando hai i soldi, hai un sacco di amici, avevi notato? E quando i soldi se ne vanno rimani con quelli che sanno cucinare, ma non hanno palanche per fare la spesa.

Sarebbe potuta andare peggio, potrei essere diventata la tipica figlia di dottore che vota a destra e guida un suv, si sposa con un dottore e muore con più corna in testa di un cesto di lumache. Tu mi sgridi perchè non sono abbastanza sofisticata, ma io mi dovevo pur difendere in qualche maniera dall’agio, per non diventare una macchietta, capisci? Ecco da dove arrivano i pantaloni da uomo e la coppola, è una difesa.

Invece sono diventata una specie di ibrido, troppo ben vestita per stare in un circolo arci senza che qualche coglione non critichi le scarpe che porto, troppo sciatta per essere felice ad un aperitivo o, ma chi le inventa queste parole, un’apericena. In tutto questo tu hai deciso di dilapidare il nostro patrimonio in Cartier e champagne. Sei un freak. E io ti amo.

Videografia: per chi ce la sta mettendo tutta

C’è stato un episodio che ha segnato per sempre la persona che sono diventata: quattro etti di salame dopo il conservatorio. Spinta a studiare la musica classica perché abbastanza predisposta e dotata di una maestra eccezionale – russa, implacabile, divertentissima – ho fatto il concorso per entrare al Teodulo Mabellini. Con un pezzo di Ibanez per chitarra, Rumores de la caleta, sono entrata nell’olimpo (locale) dei pianisti e mi è stata assegnata una maestra che, finalmente, non mi ha insegnato nulla.

Al contrario della mia precedente tutor ucraina, la nuova britannica stava in classe il tempo di dirle ciao e poi spariva con il maestro di solfeggio a bere il tea, il caffè, la sigaretta, la chiacchiera, tutto fuorché me. In compenso lui, quello di solfeggio, era molto simpatico e mi dava soddisfazione. Questo finché arrivò la ragazzina di Bologna che era più carina e più brava di me, che lui iniziò a lodare con entusiasmo, paragonandola a me di continuo, diceva “vedi, prima eri tu la più brava, ora è lei”, oppure “vediamo oggi chi è la più precisa, mi sa che sarà lei”. E così via.

La mia reazione fu strana, forse, ma costituì precedente per il resto della mia vita: in caso di aperta sfida, darsela a gambe. Smisi completamente di studiare i sette quarti nel solfeggio cantato, durante l’orario obbligatorio di partecipazione me ne stavo nel bagno con un fumetto. A nonno, che mi veniva a prendere, dicevo “bene”, quando mi chiedeva come era andata la lezione. A pianoforte decisi di plasmarmi al ritmo dell’anglosassone: non solo arrivavo in ritardo, ma uscivo prima e sparavo una sequenza di bischerate per farla ridere durante la lezione. Tanto che dopo un pò andavamo a prendere il caffè assieme, credo di avere bevuto il mio primo espresso proprio con lei. Era chiaro per tutti che non sarei mai arrivata da nessuna parte suonando, men che meno praticando la Musica Classica con le maiuscole.

Le mie lezioni si svolgevano sullo spartito a quattro mani, ovvero quello dove l’alunno pigia una nota e il lavoro grosso lo fa l’insegnante: e dàgli di bassi, dàgli di melodia, dàgli di scale incrociate – io stavo alle due, letteralmente, note alte. Stavo regredendo, felice, come Benjamin Button: l’importante, pensavo, era tenere tutti nei ranghi e felici di starci. Io non sarei più stata la petulante bambina che al primo anno suonava gli spartiti del quarto, entrata con borsa di studio e quindi, orrore, non pagante. La signora inglese non vedeva l’ora di vedermi, non per insegnarmi ma per sbellicarsi dalle risate e suonare lei stessa – quello che voleva fare davvero. Il professore di solfeggio non l’ho mai più rivisto, a mia mamma dicevo che era malato e che lo volevano licenziare, che per questo era fuori di testa e diceva cose strane, tipo, “la ragazzina non viene mai”.

C’era, in tutto questo bailamme, uno spiraglio di ordine, di grazia: il salumiere dopo il conservatorio. Mi portava e mi veniva a riprendere dalla città vicina il mio adorato nonno Luigi. Era così fiero di me, dei miei studi, che mi aspettava immobile davanti al portone e ogni volta, dico tutte le sante volte, si commuoveva quando uscivo. Aveva fatto la guerra, il mio nonnino, e per lui contava solo una cosa: che io mi nutrissi. Quindi, mentre mia madre provava a spingermi verso una dieta proteica perchè costituivo organismo rotondo, nonno mi forzava a mangiare quantità di alimenti senza fine, adducendo la scusa che ero patita e sciupata. All’uscita dal Teodulo, quindi, c’erano due fermate: il macellaio e il Balì, il luogo dove la pizza aveva raggiunto lo status di categoria morale.

Nonno, dopo essersi soffiato il naso moccoloso per la commozione, mi portava dal macellaio. Gli diceva “mi dia quattro etti di salamino milanese”. Me lo davano, nella carta oleosa, e ci si portava il pacchettino al Balì, lì vicino, dove si ordinavano quattro pezzi di pizza; siccome nel paradiso del lievito al forno non avevano i salumi, l’intera operazione serviva a guarnire i tranci, tante le volte le calorie ed il gusto non fossero stati sufficienti così com’erano. Io ne mangiavo tre, nonno uno. Nota bene: non uscivo mai prima delle sei del pomeriggio, ciò significa che a breve si cenava pure. Felici e silenziosi, una condizione che poche altre volte ho sperimentato con un uomo, ci dirigevamo verso casa, dove ci aspettava cena e televisione: il mio personale paradiso prima che ricominciasse la routine di liceo, studio, disperazione, grasso in eccesso, gambe pelose.

Nella vita mi si sono presentati molti insegnanti di solfeggio e tante professoresse di musica come quelli del conservatorio, che lasciai dopo due anni per affrancarmi dall’immagine di bambina di altri tempi – doppietta Classico e Conservatorio – e mai decisione fu più felice. Queste persone, come molte altre, non hanno un grande valore in sè, ma sono degli specchi belli larghi in cui guardarsi: essere capaci di ascoltare la musica forte e cantarci sopra quando il traffico ci blocca dentro un traforo, aiuta forse di più che uscire e scappare dopo avere appurato che siamo claustrofobici previa test specialistico. E noi siamo capaci di cantare più forte quando tutto sembra andare in un verso strano, incontrollabile? Il segreto sta nel non finire i libri che fanno schifo, credo, e nell’assecondare i cattivi maestri – c’è sempre da imparare qualcosa. Indulgere, paga.

Juanita de Paola

Il librino delle poesie di Alda Merini è sempre lì accanto all’ellepi dei Milli Vanilli, il quarto che ho acquistato dopo la colonna sonora di Twin Peaks, quella di Dick Tracy e il 45 di Wendy e Lisa (Waterfall) – e per comprato intendo ho acutamente speso i soldi della paghetta che mi passava papà. Si sorreggono a vicenda, i libri e i dischi, e questo è molto divertente, specialmente quando Jon Bon Jovi sta seduto accanto alla Germania di Tacito.

Lontano il suono di un’armonica, deve essere la dentiera della signora di sotto lasciata al vento. Le bottiglie di vino cattivo rimaste in fondo alla dispensa mi guardano come donne grasse in discoteca davanti a uno scapolo col pacco in vista. Mi sento come una scarpa sulla spiaggia: spaiata, abbacchiata, mezza rotta – mi deve essere entrato Saturno nelle chiappe invece che nella sesta casa.

L’andamento di una giornata si sa perfettamente al momento del risveglio: in quell’istante, quando si aprono gli occhi, come giovani aruspici leggiamo il buio e le sue forme nascoste. Nella mia camera infatti, stamani,  ho riconosciuto una forma ampia e avvolgente che mi dava istruzioni su come affrontare questa turnata di giorni: era il gadàno.

Bibliografia e Videografia per un Martedì da collasso: lo Zio Remo

Grazie al cielo ho l’influenza e posso mescolare aspirina, Brunello di Montalcino e coperte avvolte attorno al collo; Andrea diceva sempre che basta mettersi sotto le coperte dopo avere bevuto un bicchiere di whiskey e sudare come pazzi per farsi passare qualunque malattia. Non c’ho mai provato, mai verserei dell’alcol a scopo curativo. La giornata mi è finita alle quattro con quella sensazione di averla fatta storta, come un concerto dei Police venti anni dopo, che detesto: lo sapevo fin dal mattino, è un dono che ho, come quello di indovinare i genitali di chi ho davanti. Parlando di talenti, non sbaglio mai nemmeno il genere di donna che mi capita di conoscere a scuola di mia figlia: so subito se è una mamma (italiana) di maschio o di femmina – le prime si conservano meglio, perché hanno un piccolo amante in casa.

Alle cinque ancora camminavo con i tacchi altissimi, la mia gioia e il mio dolore (fisico): non so cosa farò quando sarò vecchia, forse mi farò fare delle scarpe speciali; tutto, ma non le calzature rasoterra o, peggio, le ballerine: ma cosa sei ritardata, che ti metti le scarpine da danza a cinquant’anni? Mi sono fermata in dieci bar, non riuscivo a trovare la via di casa: ho bevuto il caffè, comprato uno cioccolatino, bevuto un bicchiere di acqua, letto il Tirreno, mi sentivo come cappuccetto rosso nel bosco, solo che era Montecatini – che è infinitamente più piccina della foresta delle fiabe.

Il punto è che ti pensavo, oggi, e non c’entrava niente altro in questa testa rotta. Sarà stata la febbre, sarà che certi giorni fare finta che lavorare sia normale è più difficile, fatto sta che non riuscivo a focalizzarmi su altro che te, me, noi. Noi, suona peggio di una rima baciata. Ho ritrovato delle lettere che mi hai scritto – ti avevo obbligato a farlo, non si dovrebbe mai parlare, solo scrivere – se le confronto con quelle dei ragazzi che ti hanno preceduto sono ridicole. Ti coltivo nella distanza, come le cose sacre, così come si deve rivolgersi a un Dio buono che non si vede invece che ad un totem di legno colorato. Domani sarà una giornata difficile, già lo so. Ti coltiverò nel mio cervello di dietro anche febbricitante, ma solo dopo mezzanotte.

Bibliografia: Lullaby For An Anxious Child 2:50 Sting If On A Winter’s Night; Octane Twisted 5:04 Porcupine Tree The Incident; The Cock In The Kitchen 2:16 The Dubliners A Feast Of Irish Folk, Vol. 2

Video: Perché anche a lui il tecnico del suono combina cose. Superbo.

juanita de paola

Nel paradiso della mia casa domenicale, che assume i toni del buio nordico, ogni raggio di sole invita a pensare alla primavera e a noi, che si riesce a processare una stagione alla volta, ci dà molta noia. Un conto è se uno va fuori con scarponi da montagna e inizia a rotolarsi nei prati; un altro è se entra dal giornalaio con la stessa ghigna di un vietnamita con le bombe in tasca e ordina tutti i quotidiani con inserto usciti nell’ultima settimana (Anche Grazia signora? Anche Grazia) per rinchiudersi in casa a leggere in penombra, così come si deve fare, con la coperta a quadri sulle gambe.

Durante queste domeniche lunghe come l’estate quando hai dieci anni, si dipinge, si parla coi bambini, che sono e sanno tutto, si fa finta di insegnare a colorare con gli acquarelli per rimettersi a spruzzare tutto di macchioline marroni senza che nessuno ti chieda se sei diventata imbecille. Ho svuotato i quadri denominati Albi Della Solidarietà, ovvero Della Carità Pelosa, e li ho riempiti con i disegni di Cecilia e Anna, la sua (adorata) cugina. Abbiamo dipinto tutti quanti, a me disegnano sempre un sedere e una faccia grandi come un fienile.

Abbiamo ascoltato canti Irlandesi, come nostra abitudine di sabato, e le bambine intonano Ye Jacobites By Name, con la stessa erre arruotata e la stessa prosopopea del gruppo che gli piace tanto. Poi passiamo a Carosone e poi ancora al gioco di guardarsi negli occhi e scoppiare a ridere (io). Le bambine sanno che mi possono chiedere qualunque cosa, ma soprattutto cioccolata e coca cola: al contrario dei loro genitori io non sono mai cresciuta, quindi ci impiastricciamo tutta la faccia, sbricioliamo in terra e sbevazziamo dalle bottigliette.

Ho visionato un numero impressionante di proprietà questo week end, le ho analizzate metro per metro: dove sono, cosa c’è intorno, cosa hanno di speciale rispetto ad altre, come si sono poste rispetto all’angolo di mercato che volevano raggiungere o, nel peggiore dei casi, se ci avevano proprio pensato a dove si sarebbero andate a infilare. Ne ho giudicati i colori, gustato le assonanze e ne ho dovuto digerire le discordie: le mogli e le figlie dei grandi proprietari sono più dannose dei bambini con la vernice in mano, loro e l’arredamento come risorsa domenicale, come pornografia dell’architettura, fallimento del design. Mentre guardavo lo strazio dei lampadari tutti uguali e del legno colorato irrimediabilmente di bianco, mentre mi tenevo la pancia per non vomitare sui mobili laccati di rosso, non brutti in assoluto ma terribili nelle mani di questa ragazzotta moglie di calciatore, mi consolava la bellezza dei disegni delle bambine, spontanei perchè perfetti e senza pretese. Non come il salotto barocco nella stramaledettissima masseria pugliese riconvertita – ma a cosa?

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Questo blog parla della difficolta' di essere un uomo misogino che si e' reincarnato nel corpo di una donna. Ovvero parla di tutte le donne. Se mi vuoi scrivere, ego chiocciola juanita punto it.

 

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