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culoOra te te l’immagini l’uomo, la creatura con la più alta percezione di sè stessa, per chi ci crede l’immagine del Creatore e la sua più grande extravaganza, l’erede delle scimmie (sempre per chi ci crede) e l’antenato di chissà che favolose evoluzioni in quali inimmaginbili universi, lui, l’uomo, pupillo delle galassie, proprio lui, ha a che fare con la Telecom. Pensa a a Platone e poi pensa a ma lei signora l’aveva mandata la raccomandata con ricevuta di ritorno. Pensa a un catafalco che per allacciarti un cavetto, maledetto l’uomo moderno e anche la donna che non sanno più farsi nulla da soli, ci mette sei mesi, dico, mezzo anno. Pensa al senso di una vita, dove il telefono ti serve per dire tre boiate ma anche per portare la pagnotta a casa, e pensa al fatto che esistano società di recupero crediti che dalla Telecom colgono creditori come i contadini pigliano le patate per terra, e ti chiamano per dirti che la bolletta di 16 euro del 2002 tu non l’hai pagata e ora devi dare un milione di euro, perchè sei cattivo. Poi pensa a me, che salvo le disdette e le archivio con codici alfanumerici di 30 cifre (perchè sono pazza), e mi tengo anche le ricezioni dei fax. Pensa a me, che oggi ho mandato un fax di 12 pagine con, in copertina, questa foto qui sopra. E poi dicono che viviamo in un mondo di poche soddisfazioni.

Supponendo una durata di vita di 90 anni, nella mia vita ho a disposizione se tutto va bene 4963 mercoledi’. Di questi ne ho gia’ passati 1750 circa. Ovvero me ne rimangono 3213 prima di tirare le cuoia. Ho deciso che da ora in avanti, non ci sara’ un mercoledi’ uguale all’altro. E basta con le lagne che sono stanca, che lavoro troppo, che ho sonno: da qui in avanti si esce anche col gesso ai talloni, che’ di mercoledi’ non ce n’ho mica 10.000 davanti.

renudo

La maggior parte dei sudditi crede di essere tale perché il re è il Re, non si rende conto che in realtà è il re che è Re perché essi sono sudditi (Carl Marx)

  1. danceL’Italia si è trasformata in un paese a clima tropicale, dice Il Tirreno. Questo significa che grandi temporali lasceranno una bafagna calda a seguire che ci trasporterà senza sconti in desideri di bachate e baretti improvisati sulla spiaggia con cocktail. A breve il governo ci impedirà di mangiare il pesce e ci eguaglierà gli stipendi, Milano smetterà di essere efficiente e la Calabria diventerà la capitale mondiale del turismo verde, qualunque cosa questo significhi. Il gruppo YOO investirà in grandi projects in riva al mare e attirerà tutti gli hoteliers di Miami che ora se la vedono male, malissimo, dopo la bordata di Madoff. Compay Segundo sta cercando casa a Ostuni.
  2. Il caffè macchiato costa ancora 85 centesimi. Questo significa che quelle orrende monetine da 5 centesimi color bronzo sanguigno ci aumenteranno nelle tasche a dismisura e che, pur di non tenerle in tasca e nel portafogli, diventeremo grandi donatori delle cause più disparate: dalla zingara che ci tira gli accidenti tutte le mattine al canile di Casabianca, che si ostina a raccattare cento cani al giorno pur di mettere quei barattoli davanti, appunto, al bancone del caffè.
  3. Non ho vinto i biglietti per il memoriale di Michael Jackson.
  4. Le economie di Francia, Inghilterra e Germania vanno peggio della nostra. Quindi l’Italiano vince non solo nelle barzellette. Oltretutto i tedeschi, che pur di non darci la Opel per farci dispetto hanno preso l’offerta di magma, magagna, o come si chiama, adesso se la devono fronteggiare, e noi si leggeranno i quotidiani con un pò più di soddisfazione.
  5. Carla Bruni ha ritrovato il collo. Champagne stappato in tutte le Banlieau per il ritrovamento del collo da parte della dama di Francia, la cui faccia finalmente si vedrà spuntare dai tailleurini lilla matrimonio in Florida con grande gusto di noialtre, che le vogliamo tanto bene.
  6. La moglie del nuovo capo designato Sir John Sawers dell’MI6, i servizi segreti britannici, pubblica sul suo profilo di Facebook foto private della famiglia che ritraggono i Sawers in momenti privati, anche in compagnia di personalità note, da diplomatici ad attori, e con dettagli sulla residenza londinese e sulle abitudini della famiglia che potrebbero metterne a rischio la sicurezza. Questo vuole dire che oggi, a cena, avrò una palla da schiacciare in faccia al mio fidanzato londinese, che la mena con voi italiani di qui voi italiani di là.
  7. Via ai saldi. Avessi  mai partecipato ai saldi in vita mia, questa sarebbe una grande notizia.
  8. Non ho capelli bianchi. Questo significa che forse ho preso dal mio nonno Vittorio. Questo significa che se continuo così risparmierò almeno 500 euro l’anno per le tinture dalla parrucchiera.
  9. Il sindaco di Pistoia Renzo Berti ha premiato ieri sera Joss Stone durante il Pistoia Blues festival. La targa recitava “alla meglio figa del bigoncio”.
  10. Tiscali ha perfezionato la cessione della controllata Tiscali Uk al gruppo Carphone Warehouse per complessivi 255 milioni di sterline circa. La cifra equivale a 236 milioni, al netto di alcuni debiti finanziari. Di questo debito totale, il 90% riguardava le mie bollette del 2006.

leonesse

E’ un pomeriggio di caldo torrido e pioggia torrenziale, uno di quei giorni in cui fare un altro figliolo se abiti in Africa o pigliare uno Xanax nel nostro complesso e infelice occidente. Madonna ha preparato un’altra stanza per un’altra adozione, quest’anno va di moda il giallo e la Madonnina dei terremoti sta seriamente pensando di fare venire un attacco di pancia a qui gaglioffi del G8, riuniti a parlare di polluzioni mentre noialtri ci si guarda intorno come se la macchina del tempo c’avesse fatto uno scherzetto mica male. Ho cucinato il risotto alla milanese, male come al mio solito, ho le stesse doti manuali di Lonardo dopo che era morto. I miei cari lo hanno mangiato per finta e buttato nel pattume di nascosto, con tutto l’amore possibile, e si sono rifatti sul sorbetto al mandarino (carissimo) che ho comprato ieri sera, per tamponare la mia domenica casalinga. Piove sempre piu’ grosso, inizia a tirare un venticello incredibile, da piangere di gioia, e il semino di fagiolo piantato dalla mia bambina sta ballando di felicita’. Prima della pennichella che piu’ amo, quella spaparanzata sul divano con mille quotidiani e supplementi freschi di stampa tutti intorno, senza tanti programmi, senza emergenze, senza guai. E’ questo che conta: siamo vivi, siamo salvi, per ora. Guardo loro due che dormicchiano e mi sento come una leonessa: forte, felice, la mia savana personale e’ tutta irrigata e placida.

suda

Fra i personaggi a me più invisi in questa vita stanno in vetta alla classifica del mio personale sgradimento i pubblicitari, stolidi interpreti dell’uomo comune, di cui in genere possono solo invidare le maggiori capacità intellettive. Fra questi ce n’è un gruppo che, ancor di più, suscita le mie reazioni piu’ bieche, e sono quelli dedicati al pianeta donna: bugiardi, insinuatori, pittori di icone irreali e persino pericolose, sciorinatori di sequenze che giocano nei terreni piu’ brulli dell’emozionale, approfittano dei prodotti da promuovere per incatenarci e farci sentire brutte, grasse, in pericolo. Infasil, ad esempio, ci allerta: attenta, in un attimo puoi rovinare tutto. Ovvero: la poverina ha speso dieci mesi a battere tutte le discoteche e gli aperitivi di sei Regioni per trovare un uomo, ha individuato un numero esiguo di possibili pretendenti, ha finalmente trovato un mammifero maschio interessato alla riproduzione, miracolo, lo ha trainato al suo appartamento cospargendosi di odore di torta alla vaniglia e promettendogli di farlo giocare alla Wii subito dopo l’intercorso, ha varcato la soglia di casa cercando di dimenticarsi della sua ultima immagine allo specchio mozzato, e’ riuscita a sfilarsi le mutande mentre tirava fuori il prosecco dal frigo, e adesso deve solo sconfiggere i mostri della cellulite, della pancia, delle caviglie grasse, delle bracciotte, dei capelli che si sono riarricciolati, delle icone televisive che raggiungono climax (di due ore) al solo tocco del ginocchio, dimenticare un anno di lavoro senza palestra, gettarsi su un letto e fronteggiare il nemico facendo finta che stare nudi non dia nessun imbarazzo e, oltretutto, deve occuparsi delle ascelle odorose? Dateli alle donne questi prodotti da pubblicizzare, datele a loro le campagne pubblicitarie, vi sveleranno un segreto: a noi, l’odore dei corpi che sudano assieme per farsi del bene, piace, eccome. E piace anche ai mammiferi maschi.

basicInterpellata da amica (da qui in avanti “la principessa”) che, alla fine, ha ceduto al suo spasimante proletario (da qui in poi “il rospo”) mentre lei e’ un po’ la Sissi della sua cricca, del suo paesello, mi sono trovata a difindere strenuamente il di lei marito, detto anche “il cornutazzo”. Succede che il rospo, a botte di tubi riparati e fiorellini lasciati sul tavolo di cuina, ha convinto la principessa che e’ possibile una vita migliore, cento anni consecutivi di emozioni, altro che fine settimana a Punta Alta con il cornutazzo, che poi si sbombarda di pillole per dormire, e non c’e’ verso di battere un chiodo, ma daltraparte che gli vuoi dire, col lavoro importante che fa deve in qualche maniera pareggiare quelle ansie tremende, quell’angoscia necessaria nella vita per avere successo, fare soldi, farsi incornacchiare dalla moglie e cosi’ via. A lei ho chiesto quante storie ha avuto, e lei mi ha detto “un po’”. E quanto lunghe? E lei “mai piu’ di sei mesi”. E io zitta. E lei: “hai ragione”. Il rospo, dopo sei mesi, mica si trasforma in principe, no; diventa un portatore sano di lavatrici. Allora tanto vale tenere tutto per benino, prendere un po’ di omega3 per placare l’ormone e dedicarsi ad attivita’ all’aria aperta che coinvolgano solo silenzio e ortaggi, e tutto andra’ per il megio. Tra l’altro i tradimenti visti dal fuori sono come un temporale estivo: tanto casino per avere più caldo di prima.

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Alla mia amica segreta, quella che sa di me più di ogni altro e che guai a lei se dice qualcosa, ma non credo nemmeno che sospetti tanta devozione, dedico questo pezzo. Lei capisce sempre. Cara Filodema, in un pomeriggio di mare in solitaria ho capito il trucco: nel tempo che ci ho impiegato a decidere che era ora di rimettersi un bikini e andare al mare, bianca, nuda davanti a tutti, sta il segreto della mia pancia. Io, con le mani tremule, con la testa vuota come dopo un esame unioversitario, con le palpitazioni come ai tempi del liceo, ho preso una macchina e sono andata al mare in un posto dove vanno tutti a stare bene, a conoscersi, e poi pure a ballare. Io, piegata dagli eventi della vita come tutti gli immaturi ma estremamente adattabile, ho fatto di necessità di virtù, mia cara, e alla forzatura del divano e della devozione ho contrapposto le luci soffuse e il calvinismo. Quindi, dirai tu, non ti sei opposta. Esatto. Siamo diventate brave donne, buone diavole, gente onesta persino. E questo, ricorda, col bikini brasiliano non va d’accordo – non che le belle siano cattive, anzi, quella è tutta un’altra parte della mia teoria. Ora tu mi dirai: è inevitabile. E io ti risponderò: ma nemmeno per idea.

Cosa conta.

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Alla fine del giorno, conta avere chi ami, vicino a te, per il desinare. Conta che i sogni che hai e le beghe che ti ritrovi rientrino fra le cose che si possono raccontare al bar al mattino, davanti ad un capppuccino, facendo finta di essere unici. Tirano fuori un bambino, ne muore un altro per salvare la sorellina, un treno esplode, se ne vanno, anime lievi e accaldate, in un fuoco ingiusto. Fanculo.

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C’è un detto che dice: qual è la differenza fra essere sposati e essere single? La risposta è 20 chili se sei una donna, 50 minuti se sei un uomo. Vista dall’esterno, la relazione fra persone che vivono assieme e hanno cani, figli, progetti, mutui e altri collanti di ogni natura non presenta nessuna differenza; la realtà è completamente diversa: la dedizione ed il conforto sono come un piccolo inverno polare, cui si resiste solo stando appiccicati e utilizzando il lardo come riserva energetica. Un altro aspetto della convivenza è il conforto di odori sicuri, di quella faccia amata, uomo o donna che sia, di cui si sa che, salvo imprevisti, non si schioderà da quella posizione sul divano, da quel lato del letto, da quel reparto del frigo. Il tiepido nido di serenità ha sulla libido lo stesso effetto di una tisana al fegato di cinghiale, che oltre ad averti fatto addormentare ti lascia in bocca un retrogusto, così, agghiacciante. Cercare di aggirare questi aspetti del comune vivere è come tentare di sciare su una pista nera dopo dieci anni di inattività: pareva velocità, era in realtà il tempo di avvicinamento fra la nostra ghigna e un pino silvestre. In tutto questo titanici, formidabili, salvifici, svettano i cuccioli di uomo, quei cosi che ci somigliano vagamente e che possedono tutto il nostro amore. Oggi ne ho visti un trentinaio, piccini, già unici, incredibili, piccole persone alte due piedi. Mi sembra un miracolo.

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Le cose sulle quali la maggior parte delle persone vuole sapere di più sono quelle che meno le riguardano.

Nuda. Cruda.

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Certe canzoni ti mettono a nudo, e non vedevi l’ora, ecco perche’ Use me di Bill Whiters nella mia scala dei valori esistenziali si piazza al quarto posto, subito sotto la regola benedettina. Certe sere si puo’ essere fortunati, capitare in un postaccio come questo e trovare gente che suona bene, che c’ha i Cream nel repertorio e la scapigliatura nel sangue. Certe sere, tornando alla tavola della propria casa, i pomodori a fette sono piu’ dolci del solito, e la presenza fortunata di mozzarelle di bufala appena arrivate da Caserta rende il tutto inequivocabile, perfetto. Non ci vuole mica tanto a essere felici, ma avere sofferto aiuta. Il coltello e’ poco seghettato, ma chi se ne frega, i pomodorini datterini si mangiano cosi’, come le ciliegie, e con un dito nell’olio e sale si orchestra un concerto incredibile. Ma guarda la terra, che ti combina quando meno te l’aspetti: l’estate ventosa. Di sole.

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Non c’e’nulla di piu’ utile ai fini della comprensione della follia umana che leggere I report dei consigli di amministrazione altrui. La gente, tu la metti a un tavolino ripetutamente una volta a settimana per cinque anni, e questa comincia a entusiasmarsi per I tagli sui post it notes e la cancelleria. Per il decremento del proprio stipendio in misura minore a quello degli altri. Per il raggiungimento dell’obiettivo indicato nella proposta quadro. Per la conquista dei sedici centimetri di scrivania nell’ufficio con la finestra. Voglio dire, a forza di considerare il proprio orticello come paradigma del mondo, uno diventa pazzo. E si convince che fare le melanzane sia come scrivere di psicanalisi o inventare un vaccino.

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Chi mette da parte un anno intero per finire in qualche prive’ estivo dal nome ignobile, se solo sapesse che la sindrome patosomatica sociale di cui soffre colpisce anche chi ha la tesserina a vita del Circolo Briatori, forse le cose tornerebbero tutte piu’ aggraziate. A noi, servitori nei palazzi reali, la cosa sembra infatti ancora piu’ ridicola di quello che e’: vediamo stelle del cinema distrutte dalla propria stazza. Oppure scrittori che snobbano perche’ snobbati a loro volta; la cattiveria difensiva e’ infatti come le pecche genetiche, che invece di estinguersi si propagano di generazione in generazione: una volta che si e’ rinnegati, si finisce per rinnegare. L’amica della grande modella, che la gioca sciolta e tranquilla, ma che pur di sostenere I ritmi vacanzieri dell’amica ha venduto tutti I mobili dell’appartamento. Gente che per abitare in un determinato quartiere manda i figli in una scuola peggiore. Dico fra me e me, quando li osservo: guarda, ecco come va a finire la mia smania di dimostrare a tutti che io ce la posso fare, che sono la migliore, che basta volerle le cose per ottenerle. Che poi e’ vero, quello che pero’ non ti viene detto e’ che tre quarti delle cose che ottieni, non le volevi davvero. E ora che ci fai: ora che il carrozzone ha riscosso un sacco di successo, ora che migliaia hanno prenotato I biglietti, tu che fai, molli? Potresti, se tu fossi saggia, ma sei una povera cosa, piena di aspirazioni e dimostrativi, e lo hai cominciato a capire ma e’ troppo tardi: nulla eguaglia la frase “era meglio quando non avevo nulla, e mi divertivo”, detta quando hai molto e non ti diverti piu’.

Dualismi.

1dualismo0Non so come coordinare il mio passato perlopiu’ avventuroso con il controllare che Cecilia respiri durante la notte, letteralmente verificare che sia ancora viva. Oppure la mia passione per il kebab con la ricerca ostinata degli  ingredienti locali di stagione. Come la smania disperata di spazi di silenzio al confronto della vita chiassosa e movimentata che faccio. Il mio presente col mio passato, il mio impegno per essere una donna brava col fatto di non avere fatto piu’ di due lavatrici in trentaquattro anni, la voglia di fuga con la ricezione di raccomandate con ricevuta di ritorno. Sono condannata al bipolarismo, sono come un tecnico informatico che sogna di vivere senza elettricita’.

Lasciami fare.

01E ora lasciami fare, ascoltare la musica forte nell’orecchio, profondo, chiudere lo switch del servizio, attivare l’ego-mode. Divorata viva dal dovere e dalla regola benedettina, sogno di prati e silenzio da carmina burana, in un futuro post atomico di solitudine. Chiasso, continuo, è in questo che vivo, e non parlo solo del rumore, ma soprattutto di quella sega elettrica che dissuona fra quello che voglio e quello che faccio. E’ questo il mondo dove vivo, e bisognerebbe essere grati per quello che si ha, ma certi giorni il telefono non smette di squillare, il mondo non smette di essere irragionevole, io non smetto di avere paura. Chiudo gli occhi. Mi brucia la sconfitta. Mi fa male il collo, c’è troppo peso sopra padrone oggi, levami uno o due carichi di marmo o diventerò una statua io stessa. Dammi una piccola discesa ora, permettimi di essere elusiva, approssimativa, lascia che le cose scorrano giù senza fare attrito. Era una notte buia e tempestosa, ma calda, di stelle bianche e piccine, come l’11 di agosto: quella notte la videro girarsi, ridere, e sparire in un buco nero, scivolare giù senza gravità e atterrare serena, come chi sa che il giorno è ancora tutto da fare.

Celare mostri

01Fra i personaggi che convivono dentro di me (”Quando il bambino smette di piangere posso finalmente sentire di nuovo le voci dentro la testa” Phoebe, Friends) c’è un mostro a due teste, cieco, schizzato di nervi e sensibile non in un modo positivo. Il mostro, maschio così impara, salta fuori quando meno me lo aspetto, quando anzi sento un grande equilibrio. Questo dà luogo a varie considerazioni:
1) i periodi di calma apparente e benessere continuano a generare mostri, che si tratti del mio o di quelli dell’umanità intera;
2) l’invenzione del secolo sarà un verificatore della veridicità delle proprie impressioni e sensazioni;
3) il mostro dentro di noi è furbo, e finge interesse ma vuole la guerra.
È sicuramente maschio. Forse mammifero.

arto

Amo l’Arte. Che aggiunge cose al mondo, che lo crea e lo plasma meglio di tutto il resto. Amo la preghiera di chi apprezza i suoi mali, perchè hanno dato nuovo valore al suo bene. Amo le donne, perchè sono come minimo fertili. Amo le parate brasiliane di Salvador de Bahia, perchè stanno al carnevale come la Toscana sta all’Iralia. Amo Olafur Eliasson e il sole della Tate. Amo il resto del mondo da qui, la mia Sant’Elena privata e indotta, scempio e volano allo stesso tempo, acqua su un fuoco che, altrimenti, brucerebbe troppo forte.

Rabbie antiche.

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Ieri il mio futuro marito ha incontrato la sua futura ex moglie, la squisita Michelle, che ho ospitato in casa mia più volte quando ha voluto conoscere la Toscana, me e un sacco di altre cose.
Si sono incontrati in un pub, al solito, hanno bevuto una birra, hanno ringraziato il cielo per non essere più assieme e mi hanno chiamato al telefono. Lei mi dice sempre che lui non ti merita e lui che sono un uomo fortunato, è la nostra piccola commedia dell’arte e la trovo molto civile, carina persino. Hanno poi molto probabilmente fatto due risate alle nostre spalle, le mie e quelle di Andy, i rispettivi nuovi compagni, arrivati lunghi dopo i loro quattordici anni insieme. Questo incontro, che segue a molti altri, mi rimanda al momento in cui le cose si erano fatte serie fra me e Erin, quando un pomeriggio mi aveva messo a sedere e mi aveva detto ” guarda bene di non impedirmi mai di vedere la mia ex, siamo cresciuti assieme, non c’è più niente e mai ci sarà, ma ci vogliamo bene, aldilà di quello che ci siamo combinati“. Fra loro non un figlio ma un cane di straordinaria importanza, morto a diciotto anni con due denti e molto orgoglio.  Ricordo di avere pensato di tutto, ma il contenuto predominante è stato certo, ci mancherebbe altro.
Io, questa fortuna non l’ho avuta. Eppure anche io ho avuto una storia lunga, anche io ho avuto amici che ho amato, supportato, fotografato, eccetera. Ma al momento della rottura non ho avuto nessun riguardo particolare, nessuna difesa d’ufficio: sono stata lasciata in pasto alle notizie volanti – si è sposato! Ha comprato due case! Era vestito di blue e lei di rosso! È tornato! È qui dietro! È grasso! È magro! – che mi hanno lasciato ogni volta sconvolta, mi dicevo, ma com’è possibile che anche il più imbecille del villaggio, proprio quello che prendevamo per il sedere assieme, sia adesso fichi-fichi con lui, che prima era mio, mio prima che di tutti quegli altri? Attaccata anche dagli amici, che hanno preferito mettermi nella scatola dell’oblio pur di non affrontare l’argomento, in una notte ho perso 13 persone: il fidanzatino e gli amichetti. Fino a pochi anni fa ho sempre pensato che un giorno lui avrebbe preso il microfono, sarebbe montato su un palco, e avrebbe spiegato che, occhio ragazzi, portate rispetto, siamo cresciuti assieme io e lei, curatevi di lei. Poi è tutto passato, e l’idea di un ricongiungimento di qualunque natura, sia con l’ex che con gli amici, è diventato un mostro a tre teste che non ho mai più avuto voglia di incontrare. La rabbia antica si è fatta largo ieri, da sola, e io l’ho fatta accomodare. Poi se n’è andata, e ha lasciato posto al rispetto per quei due seduti a Londra, e all’invidia. La mia.

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L’unica estate possibile è quella con la pioggia fina che passa a fare visita per venti minuti e lascia tutto più caldo di prima. Il tutto in un borgo, dove tutti sono uguali a ieri, solo più vecchi: che gusto c’è a tornare in un ristorante, infatti, se ti hanno cambiato la gestione o il tuo cameriere preferito? Per noi che si lavora alacremente perchè non si sa fare altro, l’estate è come una festa mitologica cui non veniamo mai invitati direttamente: magari il nostro amico ci ha avvisato e ha detto che c’è posto, che siamo tanti, forza, vieni, chi vuoi che se ne accorga che non hai il cartoncino. Mi ricorda un pò quando la moglie numero n di un famoso musicista fece in modo di fare pervenire a me ed Erin l’invito al suo matrimonio in palese ritardo per potersi organizzare (matrimonio su isola privata, con cavallo bianco e fiori dovunque, che chi mi conosce sa che comunque avrei cercato di evitare), a dire a verità. L’estate è il decadimento della primavera, o la banana acerba dell’autunno per quanto mi riguarda, ma ha un unico fascino irresistibile e salvifico: la sensualità del caldo, l’obbligo del riposino e di un quantitativo percettibile di noia, l’unica culla dove sono mai riuscita a produrre racconti sensati, idee fattibili, figli. Benvenga allora un’altra stagione di mollezza, so già che mi maledirò per non averla apprezzata abbastanza, l’estate, quando sarò centoquindici chili svestita e con la dentiera.

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