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A noi che una canzone ci fa sdraiare in terra. A noi che non abbiamo mollato le promesse fatte a sedici anni, a noi che si sbaglia il registro ogni tanto, perchè l’emozione è troppa. A noi che si predica male e si razzola bene, a noi che alla fine si scelgono le cose buone al mercato della verdura, a noi che un pezzo di legno in mezzo alla pietra ci fa come un analista, a noi che non si riesce più ad ammazzare deliberatamente nemmeno una zanzara. A noi, che sudare d’estate ci sembra bello, e che agli altri si dà il dentro della pizza mentre noi si magia la crosta. A noi che si continua ad ascoltare Billie, perchè Petra non ci ha convinto l’intestino. A noi, che abbiamo il testimone di Conte e l’eredità di Sinatra, ma sì, chi se ne frega, a noi ci basta di essere in ricerca matta e disperata. Noi siamo Leopardi, sì, ma della gobba abbiamo fatto leva costruttiva. A noi, dateci un’isola per starci bene, senza conseguenze abnormi. Ogni tanto.
In autogrill alle cinque del mattino e i piedi luridi di nero dell’asfalto, si ordina un caffè per rimanere svegli e guidare, arrivare, dormire. Ci siamo levati le scarpe un’ora fa, dieci ore a correre con il tacco del 12 e la punta da befana mi hanno lasciato l’alluce addormentato per due giorni. Nello scaffale dei dischi a poco c’è tutta la discografia di Zucchero, che mi fa rivenire in testa Dune Mosse. Devo a Dune Mosse tutta la mia pratica amorosa, giacchè era la colonna sonora dei miei primi esperimenti di coppia. Ci si sentiva grandi, così grandi, ma si era dei pulcini. Prendo tutti i cd e guardo dietro, effettivamente dopo Diamante non c’è nulla di chè.
