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La grande signora che sono, vestita di una grande mantella e con le scarpine di camoscio, tutta intonata, all’autogrill stamattina alle sei meno un quarto sentivo la targhetta dei pantaloni provocarmi un prurito insopportabile. Allora fra un cappuccino senza schiuma e un muffin mi sono tirata una bella grattata, proprio bella piena, completa di mano nelle mutande. Poi mi giro e in sei mi guardano attoniti. Dietro.
A noi esseri umani ci toccano sfumature infinite di bene e di male che stanno belle spennellate su tele in cui il colore non si distingue dal bianco. E così a un funerale capita di provare una gioia infinita, vicina a quel dio che si prega, nel vedere un uomo che accarezza la sua mamma che non c’è più. E se la guarda con l’aria di chi ha capito, di chi ha molto amato, di chi è stato infinitamente coccolato sulle ginocchia. Oppure capita che ci si senta una merda, in un contesto di felicità generale, quando si è pieni di soldi, quando si è appena acquistato il paio cento di scarpe nere comunque alte, comunque affilate. Certe volte ci capita di aprire le orecchie del cervello, e ascoltare i sentimenti degli altri come se tutti parlassimo la stessa lingua dell’anima. Ero con le mie due sorelle, sedute nella saletta antistante la camera ardente dove esponevano la nonna, e stavamo parlando del passato. Non ci capita spesso di essere noi tre, noi tre e basta, e di sorridere e piangere all’unisono. Ho pensato:” questo è un minuto da ricordare, questa è una delle poche volte in cui saremo tutte assieme a fare la stessa cosa”.
Io devo essere stata un’entusiasta dei lager in una mia vita passata, per meritarmi un compagno che ama decorare declinando le stanze al modo di Jeff Koons.
Ho tagliato tutte le carte ora che Erin ha scoperto il Vertu, telefonino platinato che costa come una piattaforma su Marte. Indubbiamente chicchissimo, ma dodici milioni di vecchie lire per un telefono, neanche se ho un tasto che mi fa comunicare con San Pietro 24/7.
Le popolazioni ad alto tasso di specializzazione mi terrorizzano: l’idea di qualcuno che sta cento ore a settimana, per cinquanta anni a fila, a fare la stessa cosa minuta, parte di un processo che non conosce, senza che lo stato lo mandi in un centro di igiene mentale mi fa preoccupare più dell’esaurirsi del petrolio o delle violenze contro i gorilla. (Poveri gorilla, ma che c’avranno per ammazzarli?!). Gli americani, con le loro convention iper-organizzate contro il Darwinismo o per i bambini che vogliano diventare bravi cristiani e liberarsi di satana (ma non esiste un editto internazionale contro gli abusi sui cervelli teneri, porca di quella zozza?) mi impauriscono nel profondo, come ogni volta che vedo qualcosa di grosso che se la piglia con qualcosa di piccolo, e tutti quelli intorno zitti. La mia domanda è: ma non siamo anche noi qui nella vecchia, cianotica, ma pur sempre democratica Europa, in allarme per quello che succede di là, da quell’altra parte? E’ possibile che sia tollerato fare scuola ai propri figli a casa? E questi quando sono grandi cosa diventano, viaggiatori provetti e lettori di riviste internazionali, o piccoli ripetitori della s-cultura trasferita dalla mamma casalinga? Ed è mai possibile portare dei ragazzini a dei convegni di religione dove si pratica un esorcismo di massa senza che ne sia tolto l’affidamento? Leggevo l’altra sera nel letto i risultati statistici nelle relazioni fra tumori, tutti, e alimentazione. E pensavo con pena a quel Paese, che ammiro per molte altre cose, dove il cibo deve essere saporitissimo e veloce, prima di tutto. Ecco, forse, la speranza di rivedere un mondo migliore sta nel ridare sacralità alla tavola, ai tempi lunghi e alle cose magari meno saporite, ma vere. Con due passaporti americani in famiglia, Berlusconi è diventato un innocuo passatempo discorsivo ormai.
