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“E fin quando crede che possiamo proseguire con questo andirivieni del cazzo?” Gli domando’. Florentino Ariza aveva la risposta pronta da cinquantatre’ anni, sette mesi e undici giorni con le loro notti. “Tutta la vita” disse.
(l’amore ai tempi del colera, GGMarquez)
Ibanez si ritrovava ora davanti a uno di quei lampioni chiamati B88 con un attivatore di energie seconde e un preservativo, non sapendo dove andare a sbattere, letteralmente. Cerco’, guardandosi i piedi, di ricordare perche’ avesse mai indossato scarpe da donna, calze da donna, gonna da donna e persino puppe da donna. Cerco’ il proprio riflesso nel B88 ma trovo’ quello di una donna conosciuta, quella stronza di sua moglie. Era fatta: era diventato lei, la principessa dei ghiacciai, l’orrenda educatrice del mondo, quella-che-non-indossa-tacchi-larghi-perche-sono-cosi-patetici. Fu pervaso da un’euforia sconosciuta: avrebbe passato la giornata a fare boiate e dispetti, per farsi dire da chiunque quanto fosse stronza – now, this is what we call the good side of reincarnation.
(Reincarnazione, Ibanez – un uomo prono, 2002, Juanita de Paola)
Cosi’ nel mangiare e nel bere, cosi’ nel leggere: sono un’ingorda schifosa, una che non da’ il tempo a un libro di sedimentare per passare al secondo capitolo di un altro master, e magari iniziarne un terzo in concomitanza perche’ si’, perche’ ora mi diverto a vedere se il mio cervello ce la fa (ancora) a reggere due storie contemporaneamente. E giu’ di storie di Marquez, di tragedie di Kristoff, di trattati sulla follia, di tutto un po’. Fra un mese non ricordero’ ne’ le storie ne’ gli autori, e quando qualcuno mi chiedera’ cosa sto leggendo rispondero’ come al solito, “nulla“.
Ieri, dal nulla, mi ha trafitto a morte un ricordo. Non sono (piu’) dedita alle malinconie, anzi, trovo che siano uno dei veicoli del maligno per rivoltarti la vita come un paio di calzini sudici, eppure ieri mi ha passato da parte a parte una memoria cosi’ dolce, cosi’ bambina, che mi sono dovuta alzare e fare finta di stendere i panni, per poi stenderli davvero, con un fiato corto roba da corsa campestre. Fuori, nel freddo chiaro del 30 dicembre, mi si e’ aperto un fiume dentro la pancia, fatto di immagini nitide, facce indelebili, promesse di una notte e confronti con il pane quotidiano. Concentrati in due minuti tutti gli stati possibili: l’esaltazione, il dolore, la mancanza viva, la gioia del dato, l’orrore della dimenticanza e mi sono chiesta ma come e’ possibile che certe cose stiano dentro per cosi’ tanto tempo e poi saltino fuori cosi’, senza nemmeno bussare? Mi ha preso una rabbia tale che mi si sono rizzati i peli sulle braccia, e ci e’ voluta una seconda lavatrice caricata alle ore tarde per rimettermi in carreggiata. Mi sono tirata uno schiaffo, ho sorriso, ho pianto una lacrima, e mi sono messa nel letto che e’ stato generoso e mi ha fatto dormire.
Io non sono un teologo e non vado a messa, oppure non medito con Buddah e non me la piglio con i fratelli musulmani, ebrei, stiliti o induisti. Ho qualche riserva sui testimoni di Geova e su tutto quello che l’america (ci) ripropina sotto forma di remastered-cristianesimo perche’ trovo deleteria la tendenza di alcuni di loro a riadattare cose secondo criteri pratici quando l’avere fede e’ tutto, fuorche’ pratico – ma questi sono miei limiti, non convinzioni. Mi stupirei se, andando in Tibet, qualcuno mi avesse a spregio levato tutti i templi che a noi occidentali ci fanno tanto riflessione e nuova vita, perche’ fanno parte quantomeno del folclore del luogo e uno ci entra dentro e si rimette a nuovo, e anche perche’ la statuina del Buddah magari porta fortuna e speriamo che il 2009 sia meglio del 2008, cose cosi’. E allora, mi chiedo, e’ tanto difficile per i miei fratelli atei, remastered, induisti, musulmani, agnostici, geovani e tutti quegli altri, ammettere che forse anche la mia preghiera serale, quella in cui affido i miei cari ad un sonno ristoratore e il resto del mondo a un destino migliore, quella in cui mi rivolgo ai miei parafernalia perche’ si’, cosi’ mi hanno insegnato da piccina, incluso il crocefisso (orrore!), sia una preghiera che vale qualcosa? Quando la Cecilia si ferma davanti a una statua sacra gli butta un bacino, quando passiamo dai giocattoli pure a loro butta un bacino, al tempietto buddista qui accanto casa passiamo e i pelatoni le danno i bacini. E mi chiedo, io: e’ una cosa tanto terribile?
