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Ho visto cose che voi uomini non potete nemmeno immaginare: la carta igienica finire, la plastica delle sei bottiglie rimanere nella dispensa per due mesi, il bidone della carta stare li’, pieno, per sei settimane, il bidone del vetro e plastica per la raccolta differenziata stare inerme sotto il lavabo per giorni e giorni, le chiavi di casa sperse nel parco, il cartone del latte vuoto e metaforico nell’anta del frigo, pomodori disidratati e banane viola.
Su, infilati una rosa in bocca, ti voglio baciare. Sono stanca del tuo alito di sigaretta, almeno mescolalo con un goccio di qualcosa, alcol forte che annienti i sapori pecorini del dopo tavola. Spetalala e rifoderati le guance dal dentro, voglio depositare un pezzo della mia bocca dentro la tua, e mi piacciono i salotti foderati bene. Ti sei stupito oggi quando ti ho messo a sedere su una scalina, li’ nel mezzo del tutto, e ti ho baciato come si fa a dodici anni, ti volevo dire “guarda di cosa mi importa, solo di questo”. Riprendi quel ciondolo terribile e riportalo da dove lo hai preso, non sono Tutankamon, sono io. Basta un bacio di rosa. E odio l’acqua marina.
Spesso scorto imbecilli da una parte all’altra, fornendo loro contenuti che non solo non gli interessano, ma che non assimileranno mai. Raramente mi trovo con qualche persona gradevole, di grande cultura e intelligenza. Qualche volta mi capitano perle rare, gente che la vita se la sente dalle unghie dei piedi alla cute dei capelli, che si muove con il corpo tutto e usa pancia, cuore e cervelli per pensare, parlare, stare zitta. Da questi incontri si esce con le ossa rotte, sentendosi come pezzenti sotto il tavolo del re, affamati cui cascano in mano grossi pezzi di faraona e se li mangiano soddisfatti, senza sapere nemmeno da dove arrivano quei tranci, da quale vassoio, da quale Paese, che condimento c’e’ sopra. Non ho grandi risposte, io, e purtroppo nemmeno grandi domande, ma so riconoscere un banchetto reale da una cenetta e so mendicare in silenzio, questo si’.
A noi scorbutici, che siamo tutti uguali, per fare una gentilezza ci vuole tanto impegno. Oggi, quando sei venuto li’ tutto mogio, piegato dalla sfortuna dopo che credevi bastasse volere per potere, mi hai fatto tenerezza, di quella buona. Avrei voluto stringerti la faccia tra le mani e dirti forza, va bene cosi’, e’ da questo rovo che si passa per arrivare alle more. Invece ti ho stretto la mano come dopo un colloquio di lavoro, tenendola appena un secondo in piu’, tanto quanto basterebbe a mettere in imbarazzo un osservatore allenato. Chissa’ se hai capito. Mi dispiace di non essere migliore, di non sapere mai dire le cose giuste al momento opportuno.
E la chiami vita, questa; hai paura a farti il bagno perche’ galleggiare nell’acqua ti potrebbe fare pensare a cosa sei diventato, a cosa stai facendo. Mangi come un ossesso, non tanto, ma affogandoti, per riempire e per soddisfare. Ti metti in tasca un monte di quattrini, ovviamente non ci paghi le tasse, perche’ sono i furbi come te che poi si comprano le cose in contanti, e sono gli imbecilli come quegli altri che ti permettono di andare all’ospedale gratis. Sei molliccio, a forza di stare seduto a mangiare sei diventato un trattore di ciccia. Hai un codazzo di cretini intorno, che come te aspirano a fare soldini senza pagarci le tasse. Mi fai ribrezzo, bottegaio che non sei altro.
