Vado spesso a lavoro a piedi, quando non piove perche’ odio l’ombrello; anche d’inverno, basta che non venga giu’ l’acqua. Nei miei pellegrinaggi alla mecca del lavoro (al presepe dello sforzo, allora), ne incontro di gente: il mio amico Gianni, che da giovane era bellissimo e ricchissimo, poi si e’ perso, e lo becco sempre che piglia il metadone o beve la sua birra del mattino. Ha ancora tutti i denti. Oppure Marina, bellissima fino all’anno scorso, poi e’ invecchiata. E gli zingari della stazione, che si pigliano a botte e sono ubriachi come tegole. E la barista che apre alle sei, e alle otto e’ gia’ due vite e mezzo che e’ in piedi. La cittadina che beve lo spritzer e si veste ai saldi fasulli e’ meno chiozza al mattino, forse perche’ e’ meno rumorosa. Rimane lo spazzino, il mio amico, e’ da quando ho sedici anni che ci incontriamo per strada – e ora ne ho trentaquattro – senza conoscerci, ma ci salutiamo come vecchi fidanzati delle medie, quel periodo orrendo che sta fra le crostatine del mulino bianco e l’inserto chiuso di Cioe’. Ma stamattina, appeso fra la Asl e il cappuccino, e’ spuntato un ragazzino ciccione, cosi’ pieno di profumo da supermercato da farmi girare la testa: avra’ avuto dodici anni, piu’ alto di me, mi ha guardato come si fa con i mobili dell’ikea senza manuale, poi ha riabbassato lo sguardo, poi l’ha rialzato e poi, quando ormai mi aveva superato, mi ha fatto l’occhiolino. Poi e’ corso via. Io, invece, e’ da stamattina che non smetto di sorridere.

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