
Il mio amico B è sposato e ha sedici figli. Si è poi sistemato con quella che gli somigliava, tutti e due hanno il mento sfuggente e qualcosa di magnifico in un contesto fisico abbastanza desolante. Non è uno di quelli che li vedi camminare fra i tavoli di una trattoria e ti viene un coccolone. No. E’ più uno di quelli che prendi sottogamba e dopo dieci minuti di conversazione ti viene un dolore al petto per non essere una figura predominante nella sua vita, perchè ha dieci pianeti e cento anelli tutto attorno – ha un nucleo piccolo ma caldissimo.
Ci siamo incontrati grazie alla sua agenda, che poi è rimasta con me tutta la vita. Non è poca cosa: ogni giorno apro il mio taccuino e, velocemente, distrattamente, ripenso a B che me l’ha presentato: this is for architects and travellers, perchè la carta è scarsa, perfetta per una biro grassa, e le scritte non danno noia alla creatività. L’ho adottata, l’acquisto è diventato parte fondamentale del rito del Settembre.
Stava disegnando ometti sul suo libro nero, una sera, mentre ero la mia più caciarona me in un bar per studenti fiorentini. Guadagnavo milionate a fare siti per case di cura, soldini che non aiutavano mai l’economia degli affitti o delle bollette, ma che mi permetteva di comprare una bottiglia di Martini Bianco al giorno e non mangiare mai a casa. Era bello fare parte di quel gruppo, gli studenti, ed era fantastico non essere loro – senza una lira, senza domani, senza capacità di spesa. Tacevo quella parte e mi buttavo nella mischia, felice dell’esistenza dell’Happy Hour, parte di un movimento mai felice di nulla. Così ci eravamo incontrati.
Era stato meno deflagrante di quando avevo incontrato M, che mi aveva spiegato la teoria della relatività con l’ausilio di una penna, di una pianta e di una nottata insonne: ka-poòm. Io M l’avrei sposato il giorno dopo – lui a me, no. Con B era diverso: lui già pativa la vita che avrebbe fatto e io, quelle tristezze di provenienza, non le posso sopportare. Quindi non c’era nulla, se non la felicità di condividere piccole confidenze senza ripercussioni.
B mi spiegava che si sarebbe laureato, che avrebbe fatto il dottore, che avrebbe realizzato quel progetto e poi, solo dopo, si sarebbe sposato. Era venuto a sciacquare i panni in Arno, e nel frattempo si piazzava a Pitti a disegnare il bugnato, così come facciamo tutti noi quando analisi due va buca ma la vita è troppo bella per dolersene. Prima dell’Italia aveva visitato la Francia, l’Inghilterra, aveva fatto tutto il tour dell’ottocento e poi si era affittato un appartamento straordinario. Quando ci entravamo avevo l’impressione di essere, per lui, carne di qualità inferiore. Come dire: l’amica europea che non avrà mai la carta verde per la Madre America, la gualtemalteco-argentino-ispanico-messico-italiana, sono tutti uguali per loro, che sta in quella scatolina, in quel periodo della vita, in quelle circostanze.
Insomma, disegnavamo assieme, e parlavamo di Palladio o Leonardo: questo si fa a ventanni, si trattano gli argomenti veri con la leggerezza opportuna. Faceva il finto ritrattista qualche volta, viveva il suo scampolo di sessantotto, la sua Woodstock sulla carta Pineider.
Ci siamo sentiti ultimamente, mi ha mandato la foto dei bambini e della moglie: si vede da come li regge in collo che è un bravo papà. Si vede sempre tutto dai gesti più semplici: chi siamo, come siamo, cosa vorremmo essere. Ha smesso di fumare la pipa, si è tagliato la barba e non sembra essere invecchiato di un anno. Mi ha mandato le foto del pic-nic con le salsicce e anche qualche immagine un pò più rock n’roll, a torso nudo nell’acqua, con una birra in mano – come dire, quello lì che hai conosciuto c’è ancora.
Lo so che c’è ancora. Ma a me garbava M.

