Non festeggi? E ‘sti cazzi.

Juanita de Paola

Qualcuno è uscito dal bagno, questa casa è un centro di smistamento per umani che passano di qua, e vado a prendere lo spruzzino, la spugna e i guanti: sto per mondare il bidet e la tazza. Già che ci sono mi porto dietro lo straccio saponato nell’itinerario terrazzino – gabinetto che sono costretta a fare per svuotare la monnezza – è la regola della Locanda di Vellano, mai fare un viaggio a vuoto, dice Rachel Zielberg.

Ci sono bambini, qui, le loro chiappette sante non si mischino con le mele corrotte di noi adulti. Che siano tutti a letto, i piccini, quando quste mele marce desiderano farsi una risata fra volute di sigarette e Piper.

Ho molto pulito, da quando amo. Della qualità del mio amore c’è parecchio da discutere, certo, e non c’è limite alla mia inadeguatezza, ma siamo partiti: possiamo sperare in qualche porto amico, in tempeste marine invece che in tsunami, nel ribasso del gasolio.

L’amore si è fatto largo, e non ci posso fare niente. Anche il desiderio di fede si è fatto largo, e non ci posso fare niente se non mantenermi goffamente nel gruppo di quelli che gli remano contro per rispetto. E tutto è pieno, felice, storto, e io non ci posso più fare niente se non lasciare le finestre aperte.

L’amore è passato dagli abbaini del gabinetto e non dalle porte di cristallo, dalla malattia e dalla rottura – dai buchi dove mi sarei aspettata di trovare topi morti, più che sentimenti. E’ arrivato e mi si è infilato in tasca, dove divide lo spazio con parecchi pensieri strambi – non c’è da aspettarsi altro da chi, come me, straccia le lettere della banca per non sapere se l’ammontare è sotto, sopra e la lista dei movimenti.

Che cosa orrida, sapere dove sono andati a finire tutti quei soldi: lasciatemi la poesia, probabilmente ho comprato rose e pane fresco, e non le tablets del Finish per la lavapiatti.

Ho festeggiato San Valentino, ieri, nella migliore maniera possibile. Così pure Natale, Halloween, il Capodanno Cinese, quello italiano e londinese, il patrono della città e la sagra del bombolone. Sono un festeggiatore seriale, purchè ci sia la salute, perchè c’è un tempo per il dolore e uno per la gioia, e lasciare la porta aperta fra queste due case non conviene mai.

Sono due repubbliche diverse, due governi diversi. Un pò come quando provi a spiegare gli italiani agli anglo-sassòni e dopo un pò ti astrai, dici sì sì, avete ragione voi, siamo terribili, e deve essere per questo che tutti parlano della dolcevita belga.

Come fare a spiegare che c’è più poesia nel prosciutto salato tagliato alto, sul pane senza sale, a un tavolino di legno a bagno Vignoni, che in tutta la produzione di Charles Baudelaire? Come diffondere il verbo del bicchier di vino come soluzione parallela e non meno dignitosa di “e ‘sti cazzi”?

Ho festeggiato, perchè è importante festeggiare. Perchè quelli che dicono che la festa della mamma è commerciale sono i soliti che comprano i giocattoli brutti per Natale e risparmiano sul superfluo invece che sulla farina. Sono quelli che non bevono lo champagne il mercoledì e mettono i foglini di domopak sul piatto mentre lo stanno ancora mangiando. Sono quelli che vogliono un mondo corretto, razionale.

Sono quelli scuri, con gli occhi morti, perchè dentro hanno un campo di uccelli assiderati. Sono quelli che ognuno di noi tenderebbe ad essere, se non ci fosse questa cosa incredibile, l’amore, che ti piglia e ti sveglia. Il cinismo, il sarcasmo, teneteveli voi. Noi ci teniamo il prosciutto.

2 risposte a Non festeggi? E ‘sti cazzi.

  1. l’ amore fa bene all’ amore.

Che volevi dire, insomma?

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