
Diario discografico di Agosto.
Comprati
A.A.V.V., “Communion: A New Generation of Songwriters”; PJ Harvey, “To Bring You My Love”; Scott La Faro, “The Artistry of Scott La Faro”; Grayson Capps, “The Lost Causes Minstrels”, Grayson Capps & The Sumpknockers, “Rot ‘n’ Roll”; Bon Iver, “For Emma, Forever Ago”, “Bon Iver”; Puglia Sounds, “Sounds from Puglia”.
La mia collezione di Grayson Capps è probabilmente eccessiva e non ha riscontro all’esterno della sua cerchia familiare, ma almeno un paio di titoli meritano spazio su qualsiasi scaffale. Ho conosciuto questo ragazzone biondo ascoltando la colonna sonora del bel film “A Love Song for Bobby Long” con John Travolta e Scarlett Johannson (l’unico essere vivente al mondo capace di fare un disco imbarazzante con le canzoni di Tom Waits). Chitarra acustica muscolosa, voce calda e graffiata da whisky e sigarette, a quella notevole soundtrack Capps contribuiva con due pezzi poetici ed essenziali (più uno come autore), inseriti anche nel suo primo lavoro solista “If you knew my mind”. I due acquisti di questi giorni sono “The Lost Causes Minstrels”, fresco di stampa, e un cd del 2008, entrambi portabandiera di un rock americano maschio e impolverato, che suonerebbe bene mentre leggete un romanzo “texano” di Joe R. Lansdale. Ho colmato una lacuna con quello che molti considerano il migliore album di PJ Harvey (la mia preferenza va a “Let England Shake”), che avevo già ascoltato a profusione ma che non avevo in casa. Da non perdere (ma mi sa che l’avete perso) il cd allegato alla rivista (in inglese) Mojo, una raccolta della Communion, etichetta curata da Ben Lovett dei Mumford & Sons (presenti con un brano estratto dal loro pregevole “Sigh No More”), che offre una valida campionatura di voci nuove nel panorama indipendente. Il cinquantenario della morte di Scott La Faro ha spinto un’altra rivista, Musica Jazz, a pubblicare una compilation piena di perle del bassista più influente dell’ultimo mezzo secolo, e più rimpianto di sempre (basterebbero i concerti registrati con Bill Evans al Village Vanguard per l’immortalità), accoppiandolo a una rassegna del progetto musicale della Regione Puglia.
Ascoltati
Bon Iver, “Bon Iver”
Lo so, siamo ad agosto, ma ho un compito singolare per voi. Ripiegate il telo da mare, chiudete l’ombrellone e togliete di mezzo le ciabatte infradito ingranellate di sabbia. Cercate una montagna, avvitatevi sui tornanti di qualche passo, trovate un po’ di freddo e mettetevi cappello, sciarpa e guanti, perché questo disco sembra spolverato di neve, spazzato dal vento e riscaldato da un caminetto acceso. Justin Vernon, aka Bon Iver (pseudonimo che guarda caso gioca con la parola “hiver”, inverno in francese), aveva esordito con uno dei cd più convincenti del 2008, lo strappapelle “For Emma, forever Ago”, dedicato alla fidanzata che lo aveva abbandonato alla deriva in un mare di lacrime. Questo secondo lavoro necessita una digestione più lunga, e forse non istiga a loop anti-vicini-di-casa come faceva il precedente, per esempio con il gioiellino “Flume”, in cui non si capiva se a suonare fosse un violino elettrificato o la mola di un arrotino. La particolarità è che si tratta di un album a ispirazione geografica: Justin, raccolti i verdoni scaturiti dal successo costruito alla faccia della rimpianta ex, è tornato a casa, Eau Claire, Wisconsin (65.000 abitanti), posticino in cui tra novembre e marzo la temperatura nelle ore calde resta sempre sotto lo zero, e ha comprato uno studio di veterinario in abbandono. Lo ha ristrutturato con l’aiuto del fratello, conservando qualche suppellettile originaria, e ne ha fatto uno studio di registrazione. Nel frattempo ha cesellato un disco in cui i titoli hanno il nome di luoghi: alcuni reali, altri immaginari ma sempre riconducibili alla frizzante aria che si respira (o ai sogni che si fanno) dalle parti di casa Vernon. Cantato quasi interamente in falsetto, spesso con la sovrapposizione in studio di più tracce della stessa voce, “Bon Iver”, che sfugge a una semplice classificazione “folk”, si impianta su riff delicati, su arpeggi leggeri, alternando chitarre acustiche ed elettriche, e su un uso sapiente del segreto equilibrio tra silenzio e suoni che, con rare eccezioni, hanno tutti i dischi che preferisco. “Holocene” non esiste, è un posto che prende il nome da un’era geologica, ed è anche uno dei momenti migliori, con “Perth”, la tranquilla apertura, “Towers” e il singolo “Calgary”, che nasce sotto un tappeto d’organo e si fa più ritmata, scossa da batteria e chitarra elettrica, regalando un tocco di imprevedibilità. I testi, più che raccontare storie, acquarellano atmosfere e crescono in un ambiente musicale quasi privo di accelerazioni, un “continuum” da concept album che potrebbe non piacere a tutti ma che mi sembra aderente all’idea di fondo
Ripescati
Johnny Cash, “American IV: The Man comes around”.
Ok, a quel barbone (esteticamente parlando) di Rick Rubin non starà riuscendo granché il salvataggio dell’industria musicale, ma il giorno in cui telefonò a Johnny Cash proponendogli di pubblicare un disco in cui poteva cantare e suonare – a casa sua – tutto quello che gli pareva, scarnificando gli arrangiamenti, va segnato sul Calendario Eterno del rock. Il grande vecchio della musica tradizionale bianca americana e il pezzo grosso (anche esteticamente parlando) delle produzioni hip hop, bulimico (anche) di Grammy Award (10), alla fine hanno sfornato sei imperdibili cd (ora disponibili anche in vinile), più un cofanetto di “scarti” da cinque. Ci sono brani di Cash, ballate country, valanghe di cover, asciutte come le zolle della Death Valley, partecipazioni di grandi artisti, da Tom Petty a Nick Cave, al compianto Joe Strummer (Clash). Questo quarto volume, con “Bridge over troubled water”, “Personal Jesus”, “Desperado”, “I hung my head” e “We’ll meet again” è forse il vertice della piramide. Che, non a caso, ha generato un fiume di raccolte, ristampe, ri-raccolte e ri-ristampe, che alla fine ci faranno venire a noia anche “the man in black”. O quasi.
Bonus track
Playlist per le vacanze
- John Grant feat. Midlake – Marz
- Beirut – A Candles Fire
- Bon Iver – Flume
- PJ Harvey – The Words That Maketh Murder
- To Kill A King – Fictional State
- Jay Jay Pistolet – Vintage Red
- Eels – Mr. E’s Beautiful Blues
- The White Stripes – The Air Near My Fingers
- Fleet Foxes – Bedouin Dress
- Micah P. Hinson – When We Embraced
- The Decemberists – Rox In The Box
- The National – Slow Slow
- Midlake – Bring Down
http://www.youtube.com/watch?v=mzWQSabtWLs
John Grant feat. Midlake – Marz


Un amico mi ha fatto notare che in quanto a “influenza” sui bassisti degli ultimi cinquant’anni, anche Pastorius compete con La Faro. Un altro invece mi ha suggerito che mentre Jaco sapeva di essere così influente, Scott non ha fatto in tempo a capire quanto aveva già dato al jazz e alla musica. Penso che abbiano ragione entrambi, e la tua domanda è quella che, se parliamo di musica, sgomenta di più.
La “piccola” (si fa per dire, vero…) verrà su con orecchie sopraffine, non c’è dubbio. :-)
Bello davvero il CD di Musica Jazz su Rocco Scott LaFaro. Tra l’altro sapevo delle collaborazioni con Evans, Ornette, Tjader, Getz ecc. ma non ero al corrente di Booker Little e Stan Kenton. Scott era un genio e la domanda che continuerà ad arrovellare i suoi fans è la più classica, in questi casi: se non fosse scomparso così giovane, dove sarebbe arrivato? Ho già raccontato la sua storia alla bimba che tu conosci e le ho detto che in essa c’è un insegnamento: tenere sempre di conto dei consigli dei genitori. Quella sera Scott era stanco, aveva bevuto qualche bicchierino di troppo e la sua mamma lo invitò a restare, a dormire lì per poi ripartire la mattina, fresco e riposato. Ma lui volle fare di testa sua e vedi quel che è successo :-) Certo cercare di educare una figlia attraverso la storia del jazz non è da tutti…
Flavio, è fattibile, tutto sommato. E’ probabile che nelle ore calde dia anche un po’ di refrigerio… ;-)
Grazie per i complimenti, da neoblogger dilettante fanno molto piacere.
Purtroppo voglio e devo provarci:Bon Iver in spiaggia! Complimenti e grazie soprattutto x la playlist.