Dicembre 2011

Comprati

In Vinile: Beirut, “The Flying Club Cup”; Blues Magoos, “Psychedelic Lollipop”; Captain Beefheart, “My Decals Off, Baby”; The Electric Prunes, “The Electric Prunes”.

In cd: The Beatles, “A Hard Day’s Night”, “Rubber Soul”, “Abbey Road”, “Let it Be”, “Help!”; Paul Mc Cartney, “Band On the Run”; George Harrison, “All Things Must Pass”; Genesis, “Selling England By The Pound”; Ron Sexsmith, “Time Being”; Black Mountain, “In The Future”; Sleepy Sun, “Fever”; V.V.A.A., “Harrison Covered” (Mojo), “The Route To Quadrophenia” (Mojo); Karate, “Karate”; Adam Green, “Adam Green”.

Anticipo la prevedibile domanda: sì, ho un periodo Beatles. Non so perché, anche se suppongo che la settimana passata a Londra a settembre, camminando per le stazioni del tube  in mezzo a giganteschi poster di George Harrison che spunta da una piscina blu, pubblicizzando il recente film di Scorsese su di lui, abbia qualcosa a che vedere con il massiccio riassortimento della mia discografia rimasterizzata dei Fab Four. Potrebbe aver contribuito anche lo splendido articolone letto sul numero di novembre di Mojo, sempre dedicato a “the quiet one”.

In realtà avevo vagato per le bancarelle della mostra mercato di Prato (insieme ad altri miei simili, povere anime disposte a pagare un biglietto per entrare in un posto in cui si comprano dischi) con l’intenzione di portare via solo “All things must pass”, “Band on rhe run” e “Abbey Road”, tre titoli che non avevo. Alla fine, però, quando li ho visti tutti in fila a un prezzo che (nel lasso di tempo tra l’acquisto e la verifica su Amazon) mi sembrava  buonissimo, non ho resistito. L’unica regola che mi sono dato è stata non ri-ricomprare quelli che avevo già sia in vinile che in cd. Solo un maniaco potrebbe considerare questo un valido compromesso con se stesso, ma le vie dell’autoassoluzione sono infinite, quindi evito di sentirmi in colpa per la spesa fatta.

Il vinile dei Beirut, che mi sto godendo alla grande e che se la gioca con il recente “The Rip Tide”, l’ho preso in un bellissimo negozio relativamente nuovo di Firenze, il Marquee Moon, che vale la pena di visitare al più presto sia per il fascino del fondo, una vecchia farmacia, sia per l’ottimo assortimento di Lp, alcuni dei quali a prezzi meno immorali di quelli che provano a spillarti in qualche centro commerciale, nel reparto babbei. Sarebbe da aprire una parentesi su questo: recentemente ho visto in una libreria otulet (?) alcuni orrendi discacci, su cui non si capiva se erano i solchi a interrompere i graffi o viceversa, gentilmente offerti a una ventina di euro.  Capisco voler sfruttare il ritorno di fiamma per il vinile, ma porsi un limite non sarebbe male, onde non rendersi troppo ridicoli di fronte a chi certi oggettucoli li compra veramente.

Sempre da Prato, dallo stand dei miei amici Loriano e Valeria, che una volta gestivano a Montecatini “Raf Dischi”,  il mio negozio del cuore,  arrivano due 33 giri psichedelici, i Blues Magoos e gli Electric Prunes, come pure la genialata rumorosa del Capitano Cuoredibue. Stessa origine per due band che ripercorrono i sentieri acidi strabattuti nei 60s:  i Black Mountain, non male, e gli Sleepy Sun, che ai primi ascolti non mi fanno impazzire. Anche il capolavoro dei Genesis era alla fiera, in bella vista su un triste tavolinetto: mi pareva brutto lasciarcelo.

I Karate, suggerimento recente, li conoscevo in modo vago e presto allargherò la mia dotazione ad altri lavori.  Ron Sexsmith lo avevo da poco ascoltato in una fantastica cover harrisoniana sul cd di Mojo, e  mi era stato (giustamente) caldeggiato per la categoria “Ripescati”. Questo cd è pieno di canzoni che viene voglia di riascoltare  di continuo, e non ci trovo momenti deboli.

Cito un altro negozio, il Semm, di Bologna (dove mi trovavo per il concerto dei Fleet Foxes), che coniuga un catalogo non vastissimo con un livello qualitativo (leggi: corrispondenza con i miei gusti) sorprendente. Voglio dire: ma in quale altro shop italiano, compresi sedicenti megastore, si trovano ben tre titoli di Adam Green? Ok, in quale luogo al mondo, escludendo casa mia e casa Green

Ascoltati

Richmond Fontaine, “The High Country”

Non sopporto gli audiolibri. E’ un mio limite, non una critica al mezzo in sé. Non li sopporto nel senso che non riesco ad apprezzarli: stare ad ascoltare qualcuno che legge, senza avere tra le mie dita le pagine, senza seguire il percorso d’inchiostro, mi lascia un irrazionale senso d’inattività. Penso continuamente: e ora io che faccio, mentre questo si gode il libro al posto mio?

“The High Country” è la prima opera capace di riconciliarmi con l’idea di un romanzo registrato su disco. Perché, per andare al sodo e giustificare questa premessa, l’ultimo cd dei Richmond Fontaine non è altro che un romanzo con le canzoni al posto dei capitoli. Non per nulla il leader della band, Willy Vlautin, è uno scrittore, ed è probabile che dalla sua fantasia e dalla sua penna sia uscito questo lungo racconto diviso in diciassette canzoni (un terzo sono strumentali), che potreste idealmente collocare su uno scaffale in biblioteca, accanto a una raccolta di Raymond Carver o a una sceneggiatura dei fratelli Coen.

E’ un lavoro che sanguina America da tutti i capillari.

Ambientazione: provincia oscura, villaggio tra i boschi, bar nascosto tra gli alberi. Protagonisti: padre in fuga, madre intrattabile, figlia che resta incinta giovanissima, taglialegna, meccanico. Accessori: alcool declinato in vari modi, seghe, asce, pistole, coltelli. Ti immagini pesanti camicie a scacchi, il nome di una birra illuminato al neon dietro al bancone, musica country, pickup nel parcheggio.

Con questi ingredienti c’è poca scelta, alla fine viene fuori un intreccio alla “Fargo”, con gole che si aprono e teste che esplodono senza preavviso, con lo stesso suono di grossi alberi segati che si schiantano al suolo. Conseguenze inevitabili di amori pericolosi, rancori, gelosie, scorte di violenza.

E’ la storia di una ragazza che nasce sventurata, vive tra mille difficoltà e alla fine sparisce, rischiando di pagare il disperato desiderio di un amore vero. E’ difficile riassumerla senza rovinarla, dunque non lo faccio. L’unico modo per apprezzare davvero questo disco, a meno di non avere una conoscenza dell’inglese di quelle che non ti perdi nemmeno una parola, è accompagnare l’ascolto con la lettura del libretto dei testi. Quindi non ci pensare nemmeno a scaricarlo gratis da qualche oscuro sito gestito da maneggioni. In rete si trova il compact disc a meno di 10 sterline, e in negozio ho visto uno vinile “audiophile” (sempre che questo termine abbia un significato) a 30 euro, un po’ troppi per farmi prendere seriamente in considerazione l’esborso.

Resterebbe da dire qualcosa sulla musica, che non è un optional. Se così fosse, il cd diventerebbe davvero un audiolibro, e ci ritroveremmo al punto iniziale. Questo romanzo in forma di canzoni invece si regge proprio sulla qualità delle composizioni: alcune sono spoken songs, con uno splendido tessuto che resta in secondo piano rispetto al “parlato”, altre sono capaci di vita propria, per esempio “The Chainsaw Sea”, o “On a Spree”, che potrebbero finire in una vostra playlist, così come sono finite nella mia. Cori e chitarre sono i protagonisti principali, con le voci soliste che si alternano adattandosi le esigenze della narrazione.

“The High Country” è un tentativo riuscito che merita un piccolo sforzo di comprensione, perché ha in sé la qualità (rara) di un’idea forte, realizzata senza indecisioni.

Ripescati

Charlie Parker, “Complete Jazz at the Massey Hall”  

La storia del jazz è in buona parte fatta di leggende. La vita, le disgrazie, l’autodistruzione e la morte dei musicisti più importanti, tra quelli che hanno suonato questa musica, spesso si sovrappongono alla straordinaria qualità dei dischi, alle esecuzioni, al genio di chi è stato capace di far nascere e modificare più volte quella che resta la forma d’arte più made in Usa di sempre.

Di questa leggenda fanno senza dubbio parte i concerti,  che rimanevano la prima fonte di sostentamento anche per i grandi del bebop, forse escludendone pochi tra quelli particolarmente bravi a spuntare contratti discografici, come Miles Davis. Probabilmente è difficile scegliere il più leggendario dei concerti incisi su disco, ma per molti la scelta cadrebbe sicuramente su “The Quintet – Jazz at the Massey Hall”, la registrazione di una serata canadese del maggio 1953 con i seguenti protagonisti: Charlie Parker al sax contralto, Dizzy Gillespie alla tromba, Bud Powell al piano, Charles Mingus al contrabbasso e Max Roach alla batteria. Si parla, per ognuno degli strumenti citati, dei musicisti di riferimento, almeno nell’era bebop, dei capofila di un genere che rivoluzionò il jazz e che non ha mai smesso si influenzarlo per le generazioni future.

L’edizione originale di questo disco, registrata da Mingus, riportava solo i brani eseguiti in quintetto, con un grave difetto di produzione. La parte di basso  infatti era praticamente inascoltabile sul nastro, e Mingus decise di eseguirla in studio e sovrainciderla in un secondo tempo, forzandola un tantino sul piano dell’impatto e affievolendo la spontaneità. Nonostante ciò “The Quintet” è sempre stato un disco imperdibile. Dopo molti anni una delle tante etichette europee che ripubblicano materiale storico, sfruttando l’estinzione dei diritti d’autore, ha fatto un lodevole lavoro di remastering, stampando questa edizione del 2003, in cui, oltre ai pezzi suonati dall’intero gruppo, ne compare uno in solitario di Max Roach e sei tracce eseguite in trio (Powell-Roach-Mingus). Il cuore del disco però rimane lo stesso del vinile originale della Debut, con l’incredibile tripletta iniziale (Perdido, Salt Peanuts, All The Things You Are) e la chiusura di A Night in Tunisia. Naturalmente come sempre accade quando giganti di questa dimensione suonano insieme, in termini di risultato il valore non è uguale alla somma delle singole capacità, ma ci sono momenti di strabiliante brillantezza per tutti, compreso Parker, che come spesso gli accadeva, arrivò al concerto in ritardo, facendo impazzire i colleghi. Anche il basso di Mingus riemerge dall’ombra grazie a un bel lavoro di rimasterizzazione a 24 bit operato dalla spagnola Jazz Factory, che fa parte del gruppo Disconforme, nel cui catalogo è possibile trovare una vastissima serie di perle tra cofanetti, album recuperati e, come in questo caso, rinfrescati e completati con varie bonus tracks. Qui la scelta è stata di attribuire la firma del cd a Bird, che nell’edizione originale, per ragioni legate ai contratti discografici, non compariva nemmeno, nascosto dietro allo strambo pseudonimo di Charlie Chan.

Solo la documentazione dei concerti di Bill Evans al Village Vanguard, tra le mie preferenze, insidia questo meraviglioso live.

Bonus: I dieci del Duemilaundici

Potevo sfuggire alla classificona di fine anno? Potevo, ma non volevo.

1. PJ Harvey, “Let England Shake”

Soldati che cadono a terra come carne macellata, avanzano nel sole e si nascondono nel buio, morte che “è tutto e tutti”. Le battaglie della vecchia e nuova Inghilterra cantate da Polly Jean ormai hanno una decina di mesi, ma per me il disco del 2011 rimane di gran lunga questo, scritto con cura maniacale a cominciare dai testi drammatici, e consegnato al pubblico in una confezione musicale che, pur non concedendosi scorciatoie, è matura e accessibile, meno ruvida del solito. Nella playlist: “In the Dark Places”.

2. Bon Iver, “Bon Iver”

Con la seconda uscita questo ragazzotto ex sfigato convince soprattutto perché disegna un mondo tutto suo. Con il falsetto, un suono inconfondibile e un album “geografico” fatto di posti veri e immaginari, con testi di cui è inutile cercare la decriptazione, Justin Vernon ci porta un’America fotografata con la Leica e ritoccata con il vocoder. Una conferma dopo l’esordio di “For Emma, forever ago”. Nella playlist: “Perth”

3. Tom Waits, “Bad As Me”

Tom finirà almeno sul podio  finché non ci propinerà una ripresa live di un phon che gli asciuga i capelli tinti. “Bad as me”, come detto a suo tempo, non è tra le pietre miliari dell’orco di Pomona. Ma, diciamocelo onestamente, un compito svolto nella media da un signore come questo equivale al capolavoro di una vita per altri.  Forse non c’è una scelta forte, né un tema portante, ma il campionario waitsiano contenuto in queste tracce resisterà nel tempo, ci scommetto. Anche perché può accontentare sia i nostalgici dell’era Asylum che i seguaci del furioso scorticatore di note. Nella playlist: “New Years Eve”.

4. Fleet Foxes, “Helplessness Blues”

In teoria sarebbero un po’ troppo “accordati” per piacermi. I loro dischi, e come ho verificato a Bologna anche i loro concerti, sono tintinnanti, in un certo senso mi fanno venire in mente i Beach Boys con l’ascia da taglialegna sottobraccio al posto del surf.  In pratica, nonostante questa perfezione,  mi divertono e hanno avuto alcune delle idee più forti negli ultimi anni. Nella playlist “The Shrine/An Argument”.

5. Johnatan Wilson, “Gentle Spirit”

“Ma” e “però” all’orizzonte:  è un disco che non dice molto di nuovo. E’ vero, l’ho scritto anch’io sul diario, e lo ribadisco. Ma insisto su un particolare: quando finisci per metterlo, rimetterlo e ri-rimetterlo nel lettore di continuo, è ufficiale che un album è tra i tuoi preferiti. E continuo a pensare che “Natural Rhapsody” sia valida al di là di quello che rubacchia ai Radiohead o riprende dai Pink Floyd, “Can we really party today?” faccia lo stesso nonostante la sua crosbystillsnasheyounghianità, per non parlare di “Desert Raven”, che gradirei prima o poi venisse disisntallata dalla mia memoria a breve, così da poter canticchiare anche altro. Nella playlist: “Natural Rhapsody”.

6. Black Keys, “El Camino”

Sono tornati alla fine dell’anno con la produzione di Danger Mouse,  e l’ultima aggiunta alla lista in ordine di tempo è stata obbligata: “El Camino” è un altro disco  strepitoso firmato dalla coppia  Auerbach-Carney. Senza momenti deboli, perennemente scosso dall’impulso elettrico delle chitarre distorte e sostenuto dalla spontaneità di canzoni che vanno al sodo, è un lavoro che conosce senza incertezze la propria direzione: diritto al cuore del rock’n roll. Nella playlist: “Dead and Gone”.

7. Beirut, “The Rip Tide”

Mi dispiace che suonassero a Londra, alla Brixton Accademy, la stessa sera in cui ho sentito Brian Wilson alla Royal Festival Hall, e d’altra parte il sold-out mi aveva tolto dall’imbarazzo di fare una scelta. Zach Condon, motore della band, ormai è un pezzo forte nel panorama indipendente: la sua è una musica di frontiera, con qualche difficoltà a capire se la frontiera è quella tra Texas e Messico oppure se siamo a cavallo dei Balcani. Spasso assicurato. Nella playlist: “The Rip Tide”.

8. The Low Anthem, “Smart Flesh”

Non gli si resiste: basta mettere un paio di volte “Apotechary Love” per arrendersi , trattandosi di una centilena stregata, che  sintetizza in pochi minuti la mia idea di “Alternative Country”.  Non so se è  destinato a durare nel tempo, ma quest’anno mi ha regalato parecchie ore ad alto volume. Una volta, mentre lo ascoltavo in piena notte in salotto, mia moglie si è alzata dal letto per chiedermi di abbassare, perché facevo troppo chiasso. Considerando che lo stavo sentendo con le cuffie, probabilmente aveva ragione. Nella playlist: “Boeing 737″.

9. Wilco, “The Whole Love”

Comincia con la ritmata, frenetica, elettrica “Art of Almost”,  chiude con  la lunghissima, splendida “One Sunday Morning”, e in mezzo la band di Jeff Tweedy piazza una sfilza di pezzi riusciti , cambiando spesso ritmo e dimostrando di essere a proprio agio con influenze, e a tratti anche generi,  diversi. In Italia a marzo, ma il vero evento è stato il tour in coppia con Jonathan Wilson. Nella playlist: “One Sunday Morning (Song For Jane Smiley’s Boyfriend)”.

10. Timber Timbre, “Creep On Creepin’ On”

Gotico, folk, country, blues, dark. Mi risulta impossibile definire questo disco, che non comparirà in molte altre classifiche del 2011.  Alla lista delle suggestioni aggiungo velatissime inflessioni soul nell’uso dei fiati e nelle scelte ritmiche. Nonostante un paio di pezzi strumentali arditamente dissonanti, l’abilità nel dosare i pieni e i vuoti, le orchestrazioni,  la scrittura di molti brani mi conquistano, e ci trovo un’impronta originale. Nella playlist: “Creep on Creepin’ on”

Niente di oggettivo. E’ quello che è piaciuto di più a me.  Aggiunte e suggerimenti sono graditi, e non sono considerati per forza una critica.

Una risposta a Dicembre 2011

  1. La bellezza anche estetica di questa pagina.

Che volevi dire, insomma?

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