Comprati
In cd: Leonard Cohen, “Old Ideas”, Marianne Faithfull, “A Secret Life”, Connan Mockasin, “Forever Dolphin Love”, Radiohead, “The King of Limbs”; Black Keys, “Attack and Release”; Jarvis Cocker, “Jarvis”, Other Lives; “Tamer Animals”, Karate; “In the Fishtank 12″; Neil Young, “After the Gold Rush”; A.a.v.v., “Power Corruption & Lies Covered” (Mojo).
In vinile: The Byrds, “Sweet Heart of the Rodeo”; Chuck Mangione, “Chase the Clouds Away”; Joe Turner, “Another Epoch – Stride Piano”; Dave Liebman, “Tolvan”; Paul Butterfield Blues Band, “Paul Butterfield Blues Band”; Mina, “Mina” (1971) ; Lucio Battisti, “Don Giovanni”.
Al mercatino di Empoli, tra scaffali zeppi di fumetti con la costolina gialla e banchi che traboccavano di improbabili indumenti vintage, ho preso un po’ di Lp a prezzo stracciato. Un paio di schifezze, per pudore nemmeno citate in questa lista, alcune cose accettabili, e qualche acquisto azzeccato, come l’album dei Byrds in perfette condizioni e quello della Paul Butterfield Blues Band nuovo a 5 euro, il disco di Dave Liebman a 2 euro, o l’acoppiata Mina (vinile originale del 1971) – Battisti a 5 euro a testa. Potrei scatenare qualche polemica, ma i lavori di Battisti con Pasquale Panella, soprattutto “L’apparenza” e “La Sposa Occidentale” oltre a quello appena comprato, a me piacciono, nonostante l’insuccesso di pubblico e lo scarso gradimento di buona parte della critica. Prezzi da outlet anche per uno dei migliori Neil Young, che avevo già in vinile, e per Marianne Faithfull che, seppur non in una delle sue uscite più felici (“Broken English”, “Vagabond Ways”, ma anche il recente “Before the Poison”), regala qualche bel momento in un disco molto cupo, direi tedesco. Ho speso qualche soldo in più per il terzo acquisto in tre mesi dei Karate: anche in questo caso siamo lontani dall’eco punkeggiante degli inizi, e semmai restiamo a cavallo tra funk e jazz, con un grande interplay tra i membri della band di Boston, che aprono con una rispettosa e brillante versione di “Strange Fruit”, il manifesto antirazzista di Billie Holiday.
Il metodo di approvvigionamento principale anche questo mese è rimasto l’acquisto via internet: voglio bene ai negozi, lascio spesso oboli di discreta entità, alcuni esercenti piangono commossi al mio ingresso, ma è difficile restare loro fedele quando il rapporto nei costi è quasi tre a uno. Dell’atteso album di Leonard Cohen potrete leggere ampiamente la prossima settimana, posso dirvi che ha avuto ottime recensioni e che si torna a fare sul serio dopo il passo (musicalmente) debolissimo di “Dear Heather”. Per trovare un disco che competa con questo nella collezione del Grande Canadese, bisogna tornare almeno a “The Future”, che ha vent’anni di vita.
Non mi sono fatto mancare un paio di pezzi (relativamente) nuovi: il disco di Connan Mockasin è strambo fin dalla copertina, dipinta dall’autore (che fa bene a privilegiare la vena musicale…), ma offre alcuni piccoli gioielli come “Megumi The Mikyway Above”, “It’s Choade My Dear” o la title track, per citarne qualcuna. Nel bonus cd ci sono alcuni brani live, molto diversi dalle versioni in studio, soprattutto nella voce di Connan, che dal vivo canta un po’ come il Julian Cope degli anni Ottanta, al quale deve qualche idea. “Tamer Animals” degli Other Lives è una delle dimenticanze nella classifica annuale del 2011: anche qui ci sono vere illuminazioni, uno stile caratterizzante e una serie di canzoni ben scritte e arrangiate. “The King of Limbs” lo avevo già ascoltato molto, e avevo visto il bel live “From the Basement” (se lo avete perso, procuratevelo o cercatelo su youtube), che mi ha fatto scalpitare con larghissimo anticipo per il concerto fiorentino dei Radiohead, in programma fra cinque mesi. L’ultimo lavoro in studio della band di Oxford (nel frattempo rivisitato via remix) è un altro passo deciso e riuscito, non sempre immediato ma capace di entrare in circolo dopo qualche ascolto e rivelare continue sorprese.
Ho colmato una lacuna nella discografia dei Black Keys, che stanno andando molto forte con “El Camino”, e mi sono fatto incuriosire dal Jarvis Cocker trovato a 1 sterlina e 75 centesimi (!) su Amazon.co.uk: non è un capolavoro, è discontinuo e incerto, ma sfido il critico più schizzinoso a non dargli il valore di 2,10 euro.
Ascoltati
Leonard Cohen, “Old Ideas”
“The troubles came, I saved what I could save/ A thread of light, a particle, a wave”. Leonard Cohen ha avuto problemi, come tutti. In “Show me the place” dice di aver salvato quello che poteva. Un filo di luce, una particella, un’onda. Le particelle che ha salvato hanno tenuto viva la mia passione di ascoltatore. Con i suoi fili di luce si può restare accecati, le sue onde possono travolgere discografie sconfinate, annegate dalla qualità intransigente del Grande Canadese e ridotte a passatempo, a infatuazione momentanea.
Chi si innamora delle canzoni di Cohen, lo fa per la vita. Per questo, quando in concerto, a Lucca, lo sentii pronunciare “Grazie infinite, cari amici, non solo per questa meravigliosa serata, ma per quanto mi avete donato in tutti questi anni”, pensai: vecchio Leo, mi hai proprio rubato la battuta.
Nonostante l’introduzione da fan genuflesso, premetto senza esitare che il penultimo lavoro in studio, “Dear Heater”, mi aveva deluso, e lo considero un passo falso. Probabilmente è il motivo per cui non ero preparato ad ascoltare un disco come “Old Ideas” nel 2012, il settantottesimo anno per L.C. Speravo in una rinascita alimentata dal travolgente successo della tournée quasi infinita che mi ha visto due volte spettatore (è mio il faccione davanti al Cohen fiorentino nella foto), ma non avrei mai pensato a un picco qualitativo del genere.
Sfruttando, come molti hanno sottolineato prima di me, l’affiatamento con i musicisti del tour, e scegliendo atmosfere acustiche, essenziali ma allo stesso tempo accoglienti, Leonard Cohen è tornato stato di grazia di “The Future”, superando di gran lunga sia il debole predecessore che “Ten New Songs”.
Al centro, come è ovvio, ci sono le parole. Testi in cui non una singola sillaba è di troppo, levigati da un poeta noto per aver gettato via migliaia di pagine che non gli sembravano ancora perfette. Quelle salvate dalla distruzione, appunto, contengono miracolose particelle, abbaglianti fasci di luce, inondazioni bibliche.
L’esordio è affidato a “Going Home”, che sembra in bilico tra una consapevole malinconia e la volontà rasserenante di tornare a casa, tornare sé stesso, “senza dolore (…) dove c’è qualcosa di meglio (…) oltre il sipario, senza il costume che indossavo”. Cohen qui parla di Cohen, “uno sportivo e un pastore, un pigro bastardo sempre vestito elegante”. La musica, in questo caso scritta con l’ex produttore di Madonna Patrick Leonard, non è invadente, e il battito resta leggero come nel resto del disco, forse con l’unica eccezione di “Darkness”, relativamente più incalzante.
“Tell me again when I’m clean and I’m sober/ Tell me again when I’ve seen through the horror/ Tell me again tell me over and over/ Tell me that you’ll want me then”. “Amen” è uno dei momenti più preziosi, sostenuto delicatamente da un tappeto sonoro discreto e dal controcanto dell’immancabile Sharon Robinson . La voce si fa sempre più cavernosa, e mormora la preghiera di “Show me the place”, in cui chiede indicazioni sul dove andare (“L’ho dimenticato, non lo so”) prima dello splendido verso citato in apertura. Stavolta la parte femminile è affidata a un’altra collaboratrice di lungo corso, Jennifer Warnes, mentre “Darkness”, eseguita dalla band portata in giro per oltre due anni, rappresenta la sfida del guardare in faccia la prospettiva più nera: “Non ho futuro, so che i miei giorni sono pochi. Il presente non è piacevole, più che altro molte cose da fare”.
Dall’ironia corrosiva di “Anyhow”, “I dreamed about you, baby/ you were wearin’ half your dress/ I know you have to hate me/ but could you hate me less?” che si stempera nella richiesta finale di pietà “Have mercy on me, baby”, si passa alla chitarra folk di “Crazy to love you”, forse il pezzo che ricorda di più il Cohen del passato lontano (nonostante la musica sia scritta dalla sua compagna Anjani Thomas), saltando indietro fino agli anni di “Recent Songs”. Un riflesso di gioventù, se non fosse lo stesso autore a sentenziare lo scorrere del tempo: “ Sono vecchio, e lo specchio non mente”.
Le voci tintinnanti delle Webb Sisters (e di Dana Glover) introducono “Come Healing”, subito prima di una digressione blues arrangiata in chiave country, “Banjo”. La coppia di chiusura è affidata a “Lullaby”, già ascoltata nella parte finale del tour (anche a Firenze): “Se il tuo cuore è lacerato, non mi chiedo perché, se la notte è lunga, ecco la mia ninna nanna” e a “Different Sides”, forse il brano più pop sul piano musicale, mentre le parole indagano ancora una volta misteri insolubili: “We find ourselves on different sides/ of a line nobody drew/ Though it all may be one in the higher eye/ down here where we live it is two”.
Come al solito è un disco con molte preghiere. A Dio, a una donna, a sé stesso. Per Cohen tutto è sacro, anche se poco gli appare indispensabile. Sembra non voler smettere di imparare a vivere, ma sa di dover imparare a morire.
La mia preghiera personale è questa: conservati a lungo, Leonard, continua a salvare ciò che puoi, strappalo ai guai che verranno. Have mercy on us.
Mark Lanegan, “Blues Funeral”
Prendete un paio di corde vocali, irroratele di solvente e passatele accuratamente con la carta vetrata a grana grossa. Graffiate con chiodi arrugginiti e lasciate asciugare all’aperto, a temperatura rigorosamente sotto zero. Dovreste ottenere più o meno la voce di Mark Lanegan. Che per levigarla, però, ha scelto il metodo lungo: sigarette, whisky, vita sregolata, qualche rilassante ritiro in cliniche di riabilitazione . All’aperto ci sarà stato di sicuro, probabilmente anche senza maglietta della salute.
L’arrivo di “Blues Funeral” è un extra di buone notizie in un inizio di 2012 già benedetto dall’uscita del nuovo Cohen. Erano quasi otto anni che l’ex cantante degli Screaming Trees non faceva uscire un disco a suo nome. Non che nel frattempo si fosse riposato: innumerevoli collaborazioni saltuarie, oltre a quelle più stabili con Isobel Campbell e i Queens of the Stone Age. Ma l’ultimo colpo battuto in proprio risaleva al 2004, a Bubblegum.
Lanegan non è un mostro sacro, ma mi è sempre piaciuto. In lui c’è un bel mix di essenzialità, eleganza, talento compositivo e il suono senza fronzoli che di solito prediligo. Eppure dopo qualche settimana di ascolto mi pare che nessuno dei lavori precedenti fosse come questo. Non solo perché qui, come mai in precedenza, l’ascolto ripetuto di musica anni ’80 ha spinto alcuni pezzi verso una (da me) gradita deriva elettronica. In ognuno dei dischi del passato, da Whisky for the holy Ghost a Scraps at Midnight, passando per Field Songs c’erano perle notevoli, che valevano l’acquisto. In questo caso però Mark mantiene un livello eccellente dal primo all’ultimo pezzo, declinando in vari sottogeneri la propria poetica e regalandoci un disco, se non rivoluzionario, almeno “vivo”, spiazzante e non dedito alla necrofilia purista che ogni tanto pervade i solchi dei songwriters americani.
La musica è piena e matura, gli aranngiamenti sembrano scarni, certamente non sono gonfi, ma se ascoltate con attenzione (magari con un impianto decente e non le ridicole cuffie dei ridicoli lettori mp3) vi accorgerete che dallo sfondo emergono continuamente suoni di complemento: urla di chitarre distorte appena percepibili, mormorii d’organo, percussioni, qualche giochino elettronico. Lanegan ha avuto tempo per lavorarci: ha registrato i brani con cadenza bisettimanale, facendo passare tra una session in studio e l’altra il tempo che serve per ascoltare obiettivamente il proprio lavoro. Ai tempi di “Scraps” era uscito per due giorni da un istituto riablitativo, il minimo indispensabile per mettere le canzoni sul nastro e pagare la retta. E non era andata male, in fondo.
Inutile dire che al centro c’è questo vocione: graffiato, consumato, abusato, ma allo stesso tempo caldo e musicale, piuttosto unico nel suo genere. Una voce capace di passare dal frenetico psico-grunge degli Screaming Trees, tra gli ’80 e i ’90, al folk-rock della scozzese Isobel Campbell, transitando per l’energia primitiva dei Queens of the Stone Age.
Anche a questo Blues Funeral non è facile appiccicare un’etichetta senza asterischi, ve ne renderete conto subito. Si parte con basso e batteria che martellano, sostenendo la voce di un orco sussurrante in Gravedigger’s Song (“With piranha teeth I’ve been dreaming of you”), mentre il carattere di Bleeding Muddy Water è tutto diverso, più meditato (“Oh baby don’t it feel so bad/Muddy water/drowing in the rain/now the rain done come”). Scorie del passato musicale di Lanegan invece si scorgono in Gray Goes Black, una ragnatela sapientemente tessuta da chitarra elettrica e basso.
St Louis Elegy farebbe pensare a un traditional, invece fa capolino l’elettronica, c’è una chitarra che stride in sottofondo, e le parole sono accompagnate, lentamente, dal suono di una campana: “And the old dead of winter will cut you quick/these tears are liquor and I’ve drunk myself sick”.
Se volete un po’ di rock senza tanti complimenti lo trovate, ovvio, in Riot in My House, mentre uno dei pezzi più inconsueti è Ode to the Sad Disco (omaggio a Sad Disco, un brano del danese Keli Hlodversson), tra unz-unz pseudoballabili e un Lanegan terribilmente dark. Phantasmagoria Blues invece sfugge alla descrizione del titolo, è una ballata irresistibile, uno dei momenti più lirici dell’album: “You’re free, you’re free again, one more time”.
Chitarre metalliche ed echi post-punk si fanno spazio in Quiver Syndrome (“The moon don’t smile on saturday’s child”), mentre le basi elettroniche tornano in Harbour View Hospital, un pezzo sulla casa di cura in cui Mark curava la tossicodipendenza: “I walked by Harbourview Hospital/I heard the Agnus Dei/Oh Sister of mercy/I’ve been too long to say/and all around this place I was a sad disgrace”). La narrazione macabra e cantilenante di Leviathan (“Leviathan waits in the water/skeletons hide in the trees”) apre la strada all’arpeggio di chitarra della ballad più intensa, Deep Black Vanishing Train, il brano che ricorda meglio il trittico con la Campbell.
A sigillare questa valida dozzina è un ultimo electro-blues, Tiny Grain of Truth. E’ il funerale del titolo, sanguinante e popolato di varia umanità, “out through the heart of the city at night/in black and white”. Un prezioso granello di verità.
Applauditi
Carlot-ta, Orange Jazz Club, Pistoia.
Le parole delle sue canzoni sono di Shakespeare, Eliot, Baudelaire, Walcott. In concerto canta “Famous Blue Raincoat” di Leonard Cohen e “Milord”, di Edith Piaf. Non è mai stata a X Factor, e nemmeno ci pensa. C’è da sperare che dalle parti di Sanremo passi solo per il Club Tenco. Insomma, per essere una ventiduenne di Vercelli, Carlotta Sillano, in arte Carlot-ta, con l’Italia c’entra poco. Infatti canta quasi sempre in inglese, e a volte in francese. Probabilmente lo fa, come ha spiegato, per la musicalità della lingua, per ragioni metriche più che per il significato dei testi, ma qualunque sia il motivo, fa bene a farlo, perché se l’ascoltano in giro per l’Europa, è probabile che qualcuno la noti.
Eppure, anche in Italia, terra discograficamente arida (e non c’è un mese migliore di febbraio per ribadire il concetto), di lei si sono accorti. Ha vinto la targa Giovani Supersound al MEI (io non c’entro), per il miglior album 2011, ed è arrivata seconda al premio Tenco. A vent’anni, nel 2010, l’etichetta fiorentina Anna the Granny l’aveva già chiusa in studio per farle registrare “Make me a picture of the sun”, uscito un anno dopo.
L’ho ascoltata qualche sera fa all’Orange Jazz di Pistoia, un piccolo club che offre appuntamenti musicali di rilievo nella città del blues e che ha recentemente inaugurato una rassegna dedicata ai cantautori. In una serata glaciale, con un pubblico motivato e attentissimo (sto parlando degli irriducibili che hanno raggiunto il centro storico stringendo stalattiti tra le dita dei piedi), Carlot-ta ha dato una dimostrazione di bravura ma, soprattutto, ha promesso con i fatti di avere un futuro. Non che debba crescere troppo, dal punto di vista della personalità. Certo, deve rimpolpare il proprio repertorio originale, ma il tempo non le manca e già oggi si resta impressionati, in certi momenti anche spiazzati, per la maturità con cui sta sul palco. Tutto sembra fuorché una ragazzina, al di là dell’aspetto. Da sola, suona il piano, la chitarra acustica, e sfrutta loop station e tastiere multieffetto per infondere un moderno senso di vitalità a una musica a cui si possono dare diversi riferimenti. Quelli già citati da molti sono Tori Amos, Joanna Newsom, le Cocorosie. Tutti giusti. Io ci aggiungo, se penso a un brano come “Bleedin’”, quella pazza di Anja Plaschig, in arte Soap & Skin, che ha appena dato alla luce il suo secondo album.
Il set è composto dai pezzi del disco d’esordio: dalla title track, con parole di Emily Dickinson, a “Feroce et ridicule”, (Baudelaire) a “Bleedin’” (Blake) e “Both with thee” (Shakespeare). In regalo per questa serata c’è un inedito, “Cypress” (Dedicata a Cipresso, “località ligure in cui ho passato molte delle vacanze nella mia adolescenza” dice come se parlasse di un passato remoto…), che finirà sul prossimo album, e una canzone “abusiva”, con parole del poeta inglese ottantaduenne Derek Walcott, che non ha concesso i diritti e che dunque non verrà incisa, almeno così com’è.
Poi ci sono le cover, dalla Piaf ai Noir Desir, fino a Leonard Cohen (molto interessante l’accelerazione di “Famous Blue Raincoat”) e Tom Waits (“Temptations”). Alla fine, spronata da una richiesta un po’ eccentrica “Fanne una dei Velvet Undergroooouuuund!”, Carlot-ta accenna anche qualche nota di “Femme Fatale”. Pochi secondi, abbastanza per capire che in fondo la ragazza può destreggiarsi anche con materiale più ombroso.
Manca del tutto l’italiano, come detto in apertura, anche perché l’unico pezzo inserito sul disco (“Pamphlet”) non viene eseguito, probabilmente perché la musica è la stessa di “Both with thee”, e perché nessuno, dalle poltroncine, a due metri dal pianoforte, è abbastanza eccentrico da chiedere qualche classico del nostro repertorio nazionale. Deo Gratias.
Il ritorno in sala di registrazione non dovrebbe essere lontano. Chissà cosa ci aspetta. “Ha vent’anni, ma scrive e canta come se ne avesse cinquanta” era scritto, giustamente, nel pieghevole che introduceva il concerto. Per questo è difficile indovinare l’evoluzione. Speriamo che riesca a non ripetersi, e che sfugga ai cliché. Ma speriamo soprattutto che suoni e canti quello che vuole, come ha fatto finora. Sembra una con le idee chiare.
Elio e le Storie Tese, Montecatini Terme.
Mi sono chiesto a lungo se scrivere di questo concerto, appena visto nel teatro tenda della mia cittadina. Alla fine ho deciso per il sì. Se lo faccio, però, non voglio millantare e devo dire tutta la verità, quindi confesso: non sono mai stato un fan degli Elii. Fermi, non fraintendete. Quando dico fan intendo in senso letterale: non ho tutti i loro dischi a casa, non so a memoria i testi delle loro canzoni, non scrivo sui forum dedicati al gruppo, e so poco della loro biografia. Per questo in teatro mi sentivo in minoranza, un conoscente invitato a una serata tra amici intimi. Ma a questo punto chiarisco e rivendico: mi piacciono, li ho sempre apprezzati, considerandoli bravissimi. E non da oggi, se è vero che ho sentito le prime canzoni (credo fossero “Cara ti amo” e “John Holmes”) su una cassetta infilata in un walkman, sotto il sole di Fiascherino, La Spezia, poco dopo la metà degli anni Ottanta. Non perché sia particolarmente precoce nello scovare talenti: sono solo un po’ vecchietto. Poi il mio percorso di ascoltatore non si è mai soffermato a lungo sui loro album, forse per caso, forse perché ho sempre trascurato la musica italiana (credo con qualche buona ragione), e soprattutto non ero mai stato a un loro concerto, pur avendone “sfiorati” diversi.
Fatto questo outing, devo dire che non è facile raccontare una serata come quella di venerdì scorso. In teoria non è successo nulla che non mi aspettassi, in pratica non mi è mancato un certo stupore. Tanto per cominciare, sono rimasto a lungo in dubbio se rischiare l’infarto dal ridere di fronte ai testi e alle coreografie di Mangoni oppure drizzare le orecchie per apprezzare la ricerca della perfezione di una band composta da musicisti come, credo, in Italia ce ne sono pochi. Anche questa, del resto, non era una sorpresa, solo che, come sempre, quando passi dal sapere qualcosa a constatarlo dal vivo, ti scappa una bocca mezza spalancata.
Insomma, il concerto era a metà strada tra spettacolo di cabaret e dimostrazione di bravura tecnica. Il fatto straordinario è che, negli anni, Elio e le Storie Tese sono riusciti nella difficile impresa di impedire che le gag oscurassero la parte musicale. Ormai nessuno si riferisce più a loro etichettandoli come “rock demenziale”, come succedeva vent’anni fa. Certo, probabilmente proprio grazie ai testi e alle capacità comiche sono arrivati a un pubblico vasto, che però è molto affezionato alla sostanza musicale. Una sostanza che non è per niente semplice, nella maggior parte dei casi. Lo ha spiegato lo stesso Elio, banalizzando un po’, nel pomeriggio, quando ha ricevuto un premio nella vicina Monsummano Terme: “Invece di fare canzoni strofa+ritornello, abbiamo pensato di farle strofa+strofa+ritornello”. In realtà quello che più apprezzo della loro musica è proprio la struttura dei pezzi, in cui spesso si fa fatica a trovare il “ritornello” o comunque lo si dimentica a metà esecuzione per via dei numerosi cambi di tempo, di tonalità, di melodia. Piaccia o non piaccia, questa è una musica “scritta” , che non tutti possono suonare in scioltezza. Anche a livello di generi c’è poco da classificare: si va dal rock al funky, dal reggae al prog, dal soul alla disco. Il primo richiamo che mi viene in mente, pescando tra i miei scaffali, è Frank Zappa, e credo di non scoprire nulla. Cercare “agganci” nostrani è altrettanto facile, visto che c’è un pezzo dichiaratamente dedicato agli Area come fonte d’ispirazione. L’idea è: abbiamo scritto una canzone simile a quelle degli Area ma più facile da suonare, così possiamo farlo anche noi. Il che è in buona parte un gioco, perché, come appena detto, anche le partiture degli EelST sono precluse a molti. Ad ogni modo, viste le mille parodie e citazioni, oltre alla capacità di svariare nel mare magnum della musica, quello dei riferimenti qui è un giochino impossibile, o infinito.
Proprio “Come gli Area” è uno dei momenti topici di una setlist piena di perle, che ripercorre l’intero arco temporale della vita del gruppo, pur limitandosi per ovvie ragioni (i molti “inserti” parlati e recitati) a una quindicina di episodi. Tanto per cominciare il titolo del tour è “Enlarge Your Penis” e prima di metà corsa arriva la canzone “Enlarge”. “Ci pareva che l’unico pezzo nel panorama della musica mondiale dedicato a internet, ‘vu vu vu mi piaci tu’ non avesse sufficientemente sviluppato il tema”. Poi un percorso a elastico fra dischi più recenti (“Shpalman”, “Plafone”, una stre-pi-to-sa “Parco Sempione”) e rivisitazioni del passato (“Cavo”, “Gomito a gomito con l’aborto”, “Cartoni animati giapponesi”, “La vendetta del fastasma formaggino”, “Pippero”, “Born to be Abramo”, “Abbecedario”). Inutile dire che la chiusura è stata affidata a “Tapparella”, poco dopo che Elio zittisse le continue richieste per quella canzone fingendo uno stizzito: “Purtroppo facciamo quello che vogliamo noi. Tra l’altro è tutto in playback, quindi ora ascolterete quello che è già programmato”.
A questo punto occhio allo spoiler: chi ha intenzione di andare a un concerto del tour si fermi qui se non vuole rovinarsi la sorpresa. Per chi c’è già andato, non ha intenzione di andarci, ha intenzione di andarci ma non resiste, non sa/non dice (cit.) : uscendo, la prima considerazione che viene in mente è “meno male che la prima gag della serata era solo uno scherzo”. Subito dopo il primo brano la band aveva salutato il pubblico con baci e inchini, come se fossimo al decimo bis. Solo una falsa direttiva, recapitata sul palco, dalla questura di Montecatini aveva imposto la prosecuzione del live, per ragioni di ordine pubblico. “Peccato – aveva replicato Elio - perché noi eravamo covinti di aver offerto uno spettacolo completo e artisticamente ineccepibile nella sua brevità. Ma siccome siete gente ancora legata al concetto di ‘pago tanto e voglio tanto’, andremo avanti”. E subito dopo, ai musicisti: “Dai, facciamo quella cagata che suoniamo sempre”.
Perfetto stile EelST. Non resta che dire: grazie, inesistente questore di Montecatini.


