Gennaio 2012

Comprati

In cd: Pietro Mascagni, “Cavalleria Rusticana” (Callas/Di Stefano/Panerai/Serafin); Charles Mingus, “Ah um/The Clown/Pitecanthropus Erectus”; Radiohead, “Ok Computer”, “Kid A”, “Amnesiac”; Trey Anastasio, “Trey Anastasio”; Timber Timbre, “Timber Timbre” (+bonus cd); “Creep on Creepin’ on”; Karate, “595″; Girls, “Father, Son, Holy Ghost”; A.a.v.v., “Sticky Soul Fingers” (Mojo); Leonard Cohen, “The Complete Studio Albums Collection”.

In dvd: “George Harrison: Living in the Material World” (Martin Scorsese).

Biglietti: Radiohead, Firenze; Bruce Springsteen, Firenze.

Da Mascagni a Trey Anastasio, da Mingus ai Girls: non c’è che dire, i miei acquisti di dicembre rimbalzano da un genere all’altro, denunciando un mese di ascolti di varia cittadinanza. Del resto, lungi dal pensare che “la musica è tutta bella” e dal recitare il mantra “mi piace un po’ di tutto”, credo che si possa godere ascoltando l’opera lirica, un colosso del jazz o una band pop-rock degli anni Duemila senza bisogno di cambiarsi d’abito o infilare il cervello in lavatrice ogni sera. Non è una mia idea, basta curiosare nei due tomi di Alex Ross, “Il resto è rumore” e soprattutto “Senti questo” per confrontarsi con un punto di vista stimolante in materia.

Visto che sono riuscito, facendo lo slalom tra le assurde gabelle previste dalla vendita on line, ad accaparrarmi tre biglietti per il concerto fiorentino dei Radiohead di luglio, ho deciso di “regolarizzare” la mia posizione rispetto a tre dei loro album. Credo di oltrepassare l’ovvio dicendo che “Ok Computer” è il disco fondamentale a cavallo tra gli anni ’90 e il primo decennio di questo secolo. Gli altri due lavori sono un po’ più difficili da digerire, ma alla band di Thom Yorke va riconosciuto il merito di non avere mai (finora) consumato le scarpe su strade sicure e ripetitive per accontentare eserciti di fan giustamente ipnotizzati da “Paranoid Android”, “Exit Music” e prima ancora stregati da “Creep” che, per chi non lo sapesse, non è una canzone di Vasco Rossi tradotta in inglese… Quando si sceglie di rischiare, il risultato non è garantito, e non tutto il lavoro del gruppo è in cima alle mie preferenze, ma nessun altro ha avuto lo stesso peso nell’ultimo ventennio.

I Timber Timbre sono una scoperta abbastanza recente: avevo ascoltato molti loro pezzi in streaming, e alla fine ho deciso di prendere i due cd pubblicati con la Arts & Crafts: un folk stravolto e con toni cupi, tendente al gotico, ma anche con un carattere inconfondibile che crea un (piccolo) marchio di fabbrica di cui sono curioso di capire l’evoluzione futura.

Nel lavoro solista di Trey Anastasio (2002) dei Phish c’è veramente di tutto, dal jazz al funk, con molto divertimento per chi suona e fortunatamente anche per chi ascolta. Continuo ad allestire la mia collezione dei Karate: se l’acquisto precedente (“Karate”) era più facilmente incasellabile tra i discendenti del punk, questa ultima uscita (2007) live si colloca con difficoltà, ondeggiando tra jazz, rock e blues, ma conferma la vena compositiva e l’abilità di una band certamente sottovalutata.

“Father, Son, Holy Ghost” è il secondo disco dei Girls, ed è un vero portento a cavallo tra  rock (dal vario peso specifico) e pop. Ci sono idee a profusione, c’è un mare di energia, c’è  – anche qui – un suono caratterizzante e non manca una serie di singoli di grande impatto, da “My Ma” a “Honey Bunny”, a “Vomit”.

Probabilmente ti stupirai per l’acquisto del box-set con la discografia completa di Leonard Cohen e ti chiederai: ma come, non li aveva già tutti? Sì, li avevo già. Tutti. Alcuni in doppia versione, uno in tripla versione. Ci sono due spiegazioni possibili a questa ennesima acquisizione coheniana. Quella ufficiale è che il confanetto di undici cd, che su Amazon costa 33 euro (che aspetti a comprarlo prima che si accorgano di aver sbagliato il prezzo?) mette in commercio tutti gli album rimasterizzati, mentre finora ne erano usciti solo due con il suono tirato a lucido. Quella recondita è che sono un fan retromaniaco (Cfr. Simon Reynolds, “Retromania”) in fase terminale.

Dopo questa ammissione è più facile giustificare il dvd con il film di Scorsese su George Harrison, il doppio cd economicissimo della Not Now che contiene tre album di Mingus (“Ah um” e “The Clown” sono capolavori accessibili, per il Pitecantropo ci vuole un po’ di impegno supplementare) e soprattutto la “Cavalleria”  nell’edizione della benemerita Brilliant, che anche in questo caso offre una registrazione del 1953 in un’ottima qualità sonora a una decina di euro.

Due parole sui cd allegati a Mojo. Se non bastasse una rivista straordinaria per la qualità dei servizi, la capacità della redazione e dei collaboratori, la generale acutezza delle recensioni, basterebbe il disco che accompagna ogni numero per motivare l’acquisto, consigliato a chi legge in inglese. In questo caso la rivisitazione di Sticky Fingers in chiave soul è divertente e intrigante.

Parlando di retomania, tanto per non sentirmi solo, gli utlimi quattro numeri di Mojo avevano in copertina rispettivamente:  Pink Floyd, George Harrison, Who, Rolling Stones. Per citare Mick Jagger… Out of time.

Ascoltati

Black Keys, “El Camino”

La Plymouth Grand Voyager del 1994 è senza dubbio una delle auto più brutte mai uscite da una fabbrica. Anche da una fabbrica americana, intendo. La prima scelta coraggiosa dei Black Keys, che hanno messo questa mostruosità sulla copertina del loro nuovo disco, è di carattere estetico, dunque. Forse l’intento è spingere i fan a scaricare l’album da iTunes invece di comprare il supporto fisico. Misteri del marketing.

Oppure la two men band dell’Ohio vuole mostrare quanta strada ha fatto dall’inizio della carriera a oggi. Strada che si misura con i chilometri percorsi su quell’impressionante scassone (che è per l’appunto il mezzo con cui i due andavano in giro), oltre che con la quantità di premi vinti, articoli pubblicati, copie vendute e scaricate dal web in vario modo. E si può stare certi che, anche in quanto a mezzi di locomozione, i Black Keys di oggi possano permettersi di meglio rispetto a questo congelatore con le ruote che, stando al racconti, li ha portati a centinaia di concerti, li ha ospitati per molte notti e si è macchiato con l’unto di parecchi cheeseburger comprati intaccando i 50 dollari guadagnati per gli show.

Eppure, nonostante la conquista di tre Grammy con “Brothers” e conti in banca certamente oltre i 50 verdoni, l’impressione è che quella foto voglia dire: siamo sempre gli stessi, e siamo veri. E se c’è qualcosa che non si può rimproverare a questi due è la scarsa sincerità, o l’abitudine a menare il dog per il ranch. “El Camino” è un esemplare disco di rock and roll,  non indica strade innovative e, nonostante le venature di contemporaneità,  potresti mimetizzare molti pezzi in una playlist fatta con scampoli degli Yardbirds, ma è un lavoro che picchia nei punti giusti dall’inizio alla fine.

Ci si diverte con la sostanza rocciosa di una musica priva di fronzoli, velata da una patina di meravigliosa imperfezione e con qualche asperità sonora che si fonde benissimo con la produzione di Danger Mouse, tornato a lavorare con la band dopo “Tirghen Up”, la megahit di “Brothers”.

L’approccio squassante di “Lonely Boy” rende subito l’idea, aprendosi con un terremoto di chitarre e batteria che precede la voce maltrattata di Dan Auerbach. Tenere i piedi fermi è impossibile e spunta un sorriso sulle labbra. “Dead and Gone” devia leggermente, denuncia tracce di una modernità più esplicita, declinando verso il pop: è un pezzo che diventerà travolgente in concerto,  zeppo di colpi sui tamburi di Pat Carney e percorso da un clima di attesa splendidamente sostenuto dal basso.

Si continua senza rallentamenti per “Gold on the Ceiling”, con un ritornello che s’impadronisce della vostra testa poco prima che l’assolo di chitarra distorta lo spazzi via. Si rallenta per lo splendido attacco di “Little Black Submarines”, che a metà strada si stravolge, cambia marcia e mostra in trasparenza il profilo dei White Stripes.

“Money Maker” è forse il primo brano a richiamare chiaramente “Brothers”, ed è un altro colpo a segno, idem la ritmata “Run Right Back”.  Se vuoi ballare invece “Sister” è il momento per te, quasi un rock ‘n’ dance che non interrompe la marcia incalzante.

Batteria sfondata e punteggiatura di chitarra anche per “Hell of a Season”, che potresti ritrovarti a canticchiare all’improvviso. “Stop Stop” sembra un pezzo dei Cream rimodernato, mentre il marchio di fabbrica BK torna in “Nova Baby”. Il finale è affidato a “Mind Eraser”, ennesima cavalcata elettrica, altro potenziale singolo. E forse la caratteristica principale dell’album è proprio questa: inanella una serie di pezzi perfetti per diventare radiohit. Niente brani di transizione, nessuna pausa per riprendere fiato.  Il tentativo del Mind Eraser di cancellare una ragazza dal proprio cervello è per me l’unico fallimento di un lavoro che garantisce esattamente ciò che promette: un bel po’ di divertimento.

Ora vedi di non sprecarlo ascoltandolo a basso volume.

Ripescati

Micah P. Hinson, “Micah P. Hinson and the Red Empire Orchestra”

Ho visto e ascoltato Micah P. Hinson dal vivo a Pistoia, un paio d’estati fa. Era tra gli eventi collaterali del Pistoia Blues Festival, che frequento, anche se non assiduamente, dal 1988. Mentre in piazza risuonavano le note di Dweezil Zappa, in un piccolo teatro a pochi passi dal palco principale, questo strambo personaggio si esibiva davanti a poche decine di persone. Non posso dire di essere stato fortunato:  non so se Micah avesse un po’ esagerato con il bicchiere, o avesse problemi di forma, ma per essere gentili la performance fu lontana dalla perfezione. Diciamo che non beccava una nota, e che il suo abituale “giocare con le saltuarie stonature” diventò un  “giocare con le rare intonature”. Anche se non butto via tutto di quella serata imprevedibile e spontanea, mi mangio le mani, perché conosco il lavoro di questo ragazzo (ha 31 anni, anche se ne dimostra 17) e so che avrei potuto sentire molto di meglio.

Vi offro questa possibilità consigliandovi calorosamente di procurarvi  “Micah P. Hinson and the Red Empire Orchestra”, uscito nel 2008 per la FullTime Hobby. Siamo in un territorio conosciuto, in sostanza folk, anche stavolta niente di musicalmente rivoluzionario. Non è l’Hinson ridotto all’osso (in ogni senso dopo un evidente dimagrimento) che potreste ascoltare dal vivo, quando sale sul palco con una chitarra malandata su cui appiccica con il nastro adesivo fogliacci per veicolare lo slogan di Woody Guthrie: “This machine kills fascists”. Qui c’è un ottimo lavoro fatto sugli arrangiamenti, ci sono gli archi che avvolgono la struttura semplice delle canzoni, e c’è come sempre il vocione caldo e pieno (che di anni ne dimostra 60) a raccontare storie di una vita ancora  breve ma densa di esperienze che risparmiereste volentieri a vostro figlio: tossicodipendenza, galera, propensione a cacciarsi ripetutamente nei guai.

Si comincia con l’invito di “Come home quickly, darlin’”  (“Vieni a casa alla svelta, cara/ vieni da me/prima che mi senta troppo solo”) e si chiude con la straziante perla “Dyin’ alone” (“Non ho paura della sofferenza o del dolore/ho paura di morire senza trovarti”) tanto per chiarire che Micah è un tipo romantico e l’amore per la sua donna è al centro dei suoi pensieri. Se non ci credete guardate il video in cui fa la proposta alla futura moglie Ashley nel bel mezzo di un concerto. I momenti preziosi del disco sono molti: da “When we embraced” a “I keep havin’ these dreams”, che parte con un inizio strumentale, arpeggiato alla chitarra, si schiude con gli archi, e alla fine si condensa in una delicatissima e caracollante ballata: “Continuerò a fare questi sogni/in cui tutto ciò di cui ho bisogno sei tu”. Ci sono alcuni pezzi più tradizionalmente folk, come l’ubriaca “The Fire Came Up to My Knees”, altri in cui è un crooner dall’anima country a guidarci nella fuga dalla solitudine, come in “We won’t have to be lonesome”: “La battaglia è vinta/quindi promettimi che non smetterai di lottare/non dovremo rimanere soli stanotte”.

Quella sera, a Pistoia, uscendo un po’ deluso dal teatro, sentii arrivare dalla piazza del Duomo le note di una “Peaches in Regalia” eseguita dalla band degli eredi Zappa, e pensai che magari avevo sbagliato concerto. Nonostante questo, se in futuro dovessi scegliere tra Dweezil e Micah, ci riproverei ancora una volta con questo talentuoso scapestrato, a costo di dover salire sul palco e prenderlo per un orecchio se ricominciasse a steccare.

Non dovrebbe essere un esercizio difficile, tra l’altro.

Bonus Track: Playlist

“Winter Tapes”

1. Another Girl, Another Planet (The Only Ones)

2. Rigamaroo (Sleepy Sun)

3. All In Good Time (Ron Sexsmith)

4. Black Moon (Wilco)

5. If You Can Hold Your Breath (Karate)

6. I’ve Got A Feeling (The Beatles)

7. Black Water (Timber Timbre)

8. Can We Really Party Today? (Jonathan Wilson)

9. The Ride (Pt II) (Calexico)

10. Little by Little (Radiohead)

11. Mind Eraser (The Black Keys)

12. Angels (Black Mountain)

13. The Way It Goes (Gillian Welch)

14. Holocene (Bon Iver)

15. I Can See For Miles (The Who)

16. Helplessness Blues (Fleet Foxes)

17. On a Spree (Richmond Fontaine)

18. Going Home (Leonard Cohen)


 


2 risposte a Gennaio 2012

  1. La sintesi è una qualità che ho sempre apprezzato.

  2. Dico solo meraviglia. Solo questo dico.

Che volevi dire, insomma?

Fill in your details below or click an icon to log in:

Logo WordPress.com

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Modifica )

Foto Twitter

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Modifica )

Foto di Facebook

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Modifica )

Connecting to %s