Diario discografico di Luglio.

Comprati
Simon & Garfunkel, “The Collection”, Fleet Foxes; “Helplesness Blues”; Sting, “Soul Cages”, “The dream of the blue turtles”; Suzanne Vega, “Solitude Standing”; Jacques Loussier, “Plays Bach n. 4”; The Sadies, “Darker Circles”; XTC, “Oranges and lemons”; Dizzy Gillespie, “Four Classic Album” (Dizzy Gillespie At Newport / Dizzy And Strings / Dizzy Gillespie World Statesman / Gene Norman Presents Dizzy Gillespie And His Orchestra); Enrico Caruso, “100 greatest arias”.
Come spesso accade, ho sgraffignato consigli dal blog della mia amica Chiara, http://thebrixtownmassacre.wordpress.com/, probabilmente la più brava giornalista musicale italiana. E’ stata lei, qualche estate fa, a segnalarmi il disco di debutto dei Fleet Foxes, una delle band più interessanti di questi tempi aridi. La copertina era molto simile a quella di “Balaklava” dei Pearls Before Swine (entrambi quadri di Pieter Bruegel il vecchio) straordinaria meteora a cavallo tra i ’60 e i ’70, e curiosamente anche nella musica c’è qualche venatura che ricorda le creazioni di Tom Rapp. “Helplessness Blues”, il secondo dei Foxes, è una splendida conferma, un disco meno tintinnante e a tratti più cupo. La qualità di scrittura, ma soprattutto suono e arrangiamenti, sono una sfida al conformismo, in controtendenza rispetto al low-fi e perfino al minimalismo che di solito apprezzo. Melodie elaborate, brani cantati a più voci, influenze folk, psichedeliche, perfino l’occhio strizzato alla classica, confezionano un marchio di fabbrica di cui non riesco a indovinare l’evoluzione futura. Sting, Suzanne Vega e Loussier sono frutto di un fortunato blitz in un mercatino, trovati in ottime condizioni a 3 euro l’uno. Il doppio album degli XTC in versione beatlesmaniaci, anche questo in vinile, è un gioiello di quelli che smentiscono l’incompatibilità tra facile ascolto e qualità. Il cofanetto con la discografia completa di Simon & Garfunkel è un’occasione imperdibile su Amazon.co.uk, dove costa 12,55 sterline (5 cd più il dvd del concerto a Central Park), mentre i Sadies, che ondeggiano tra Syd Barrett e alternative-country, passando per Marc Bolan, sono un’altra bella scoperta che rischia di diventare un tormentone del mio lettore cd.
Ascoltati
PJ Harvey, “Let England Shake”.
Non sono mai stato un accanitissimo fan di Polly Jean, pur riconoscendole doti poetiche e grande capacità di rinnovarsi senza smarrimenti. Per questo, se sostengo che il suo disco è tra i migliori che abbia ascoltato negli ultimi vent’anni, mi si potrà dire che ho l’orecchio di un paguro, ma non che sono fomentato da una fissazione, come potrebbe succedere – che so – per Tom Waits (tutti i suoi dischi sono tra i migliori del ventennio). “Let England Shake” è una rarità da benedire per composizione, equilibrio qualitativo tra i pezzi, selezione “letteraria” degli argomenti, esecuzione. Si parla di vecchia Inghilterra, di guerre, di sanguinosi campi di battaglia in cui “mentre avanzavamo nel sole, la morte era tutto e tutti”, di soldati che “cadono come pezzi di carne” o dei “nostri giovani nascosti con le pistole in posti sporchi e oscuri ”. Armata di una scrittura puntigliosa, della sua autoharp (http://it.wikipedia.org/wiki/Autoharp) che spennella lo sfondo di tutto il disco, e sostenuta da partner ben piazzati come John Parish e Mick Harvey (Bad Seed con Nick Cave), la cantautrice britannica infila una serie di gemme, in un clima folk-rock dal sapore magicamente antico, maestoso anche senza fuochi artificiali, musicalmente più morbido del solito. “The Glorious Land”, “The last living rose”, “The words that maketh murder”, “All and everyone” e “In the dark places” vi convinceranno da subito (a meno che non abbiate l’orecchio di un paguro), ma alla fine incornicerete idealmente tutti e dodici i pezzi dell’album.
Ripescati
Neil Young, “Le noise”
La prima volta che ho sentito il penultimo lavoro del secondo più grande autore contemporaneo canadese (il re è ovviamente Leonad Cohen) ho pensato: che è ‘sto casino? Che impressione può darvi un disco solista per voce e chitarra elettrica? Che cosa mai potete pensare, inondati da un diluvio di distorsioni, scioccati da un uso quasi illegale del riverbero, dalla precisa volontà di strapparvi la pelle di dosso usando il plettro e la manopola del potenziometro? La seconda volta che l’ho messo nel lettore, riflettendo sulla “produzione” di Daniel Lanois, ho detto a me stesso: “E quale sarà stato mai il contribuito di Lanois al disco, se non ‘togli il basso, la batteria e il piano’ oppure ‘metti a palla l’eco’?”. Eppure, a mesi di distanza, so che “Le noise” è un disco portentoso, un capolavoro di intenzioni riuscite. Forse per volergli subito bene conviene cominciare dalla struggente “Love and war”, sussurrata con voce meravigliosamente tremula e delicatamente appoggiata sulle lame sonore della chitarra acustica (usata in due brani). “Quando canto di amore e guerra/non so bene cosa sto dicendo” comincia Neil, prima di farvi soffrire con “Ho visto parecchi giovani uomini andare in guerra/e lasciare molte giovani spose ad aspettare/Le ho viste mentre provavano a spiegare ai loro bambini/e ho visto molte di loro fallire/Provavano a spiegare perché papà non tornerà mai più a casa ”. Una volta scorticati dalle parole di questo pezzo, che rimugina su alcuni degli eventi classicamente drammatici che possono straziare una vita, siete pronti per ricominciare da capo e farvi travolgere dall’elettricità che il nonnetto del grunge farà uscire dalle vostre casse (avete le casse, vero? Non è che ascoltate la musica da penosi mini speaker accanto al monitor del computer?). Ci vuole coraggio per fare un disco del genere, e non sempre i tentativi coraggiosi di Young sono stati premiati dalla qualità, in passato. E’ per questo che l’apporto di Lanois è stato provvidenziale. Non so se ne avesse bisogno Dylan per “Oh, Mercy”, ma probabilmente qui serviva, eccome. Altrimenti, presumo, Neil non avrebbe intitolato il disco “Le noise”, che, pronunciato alla francese, suona come “Lanois”. Fatevi bombardare da “Walk with me” e “Sign of love” e date ragione a “Angry World”, che siate uomini d’affari o pescatori, perché l’incazzatura è trasversale rispetto alle posizioni sociali, come spiega il testo.
Riepilogando, siamo di fronte a un’opera d’arte contemporanea: dovrebbe risuonare nell’immenso androne della Tate Modern a Londra, possibilmente a volumi sconsigliati da qualsiasi otorino che non si sia laureato su ebay.
Bonus track: Applauditi
PJ Harvey, Ferrara. Lou Reed, Pistoia.
Mi ostino a mettere in competizione stelle in piena fase abbagliante, come la PJ Harvey appena citata, e grandiosi monumenti che si sgretolano dignitosamente, accentuando la bellezza dell’imperfezione, come Lou Reed. Li ho visti e sentiti entrambi a luglio. Polly Jean al Castello estense ha offerto una performance strepitosa, fatta di poesia, incisività vocale, suoni artigianali rivisitati e assoluto rigore nell’assortimento del set. Lou è la solita faccia da schiaffi, cantando azzecca ancora meno note del solito, tira il freno a mano sui pezzi più energici, ma ha il merito della sincerità. Si mostra com’è: un signore di quasi settant’anni, che non è cresciuto esattamente a crusca e succo di mirtillo, e che non vuole permettersi gli atteggiamenti trasgressivi di “Rock ‘n’ roll animal”, né può ritrovare la potenza e l’irrequietezza di quei tempi. Sceglie un approccio delicato, riflessivo, e in alcuni momenti, come “Ecstasy”, “Venus in furs” o nella sofferta e stonata cover di “Mother” (John Lennon) convince e coinvolge.

