Comprati
In cd: Tom Waits, “Bad as me”; Ed Harcourt, “Here Be Monsters”; Lou Reed, “Street Hassle”; Riccardo Tesi & Banditaliana, “Madreperla”; Explosions in the sky, “Take Care, Take Care, Take Care”; The Black Keys, “Brothers”; Neil Young, “On the Beach”; Thurston Moore, “Demolished Thoughts”; PJ Harvey, “Is This Desire?”; The Who, “Sell Out”; Mary Gauthier, “The Foundling”, “Between Daylight and Dark”, “Mercy now”; White Stripes, “Get Behind Me Satan”; Gianmaria Testa, “Vita mia”; The Zen Circus, “Nati per subire”.
Ascoltati
Tom Waits, “Bad As Me”.
Non chiedermi una recensione di un disco di Tom Waits, ti prego. Non chiedermele in generale, questa rubrica – colgo ogni occasione per ribadirlo – è una terapia per lo shopping musicale compulsivo, più una spruzzata di passione. Ma qui, in particolare, non puoi pretendere distacco: di mezzo ci sono quasi venticinque anni di tomdipendenza, due concerti straordinari e vinili consumati fino all’ultimo solco.
Eppure, nonostante la premessa, credo di essere nel pieno possesso delle mie facoltà mentali se sostengo quanto segue: scordati qualche recensione uggiosa che potresti aver letto, “Bad As Me” è un gran disco, con dentro una manciata di brani che brillano anche in uno scrigno di diamanti come la discografia waitsiana. Magari non andrà messo in competizione con pietre miliari come Swordfishtrombones o Rain Dogs, ma non si può bacchettare sulle mani Picasso per non aver dipinto ogni volta la Guernica, o bastonare Pelé sui piedi per non aver sempre fatto gol da metà campo.
“Bad As Me” da un lato sembra proseguire con maggior destrezza sulla strada sconnessa di “Real Gone” (“Chicago”, “Get Lost”, “Hell Broke Luce”), dall’altro recupera un Waits più immediato, romantico e straziato con vere e proprie perle (“Pay Me”, “Back In The Crowd”, “Kiss Me”, “Last Leaf”, “New Year’s Eve”, “Face To The Highway”). E’ un lavoro che picchia duro all’inizio, rallenta con il passare dei minuti, facendosi sempre più intenso, e si concede un paio di fiammate incendiarie prima dell’epilogo.
Dopo aver scelto “Chicago” come la città di un ideale riscatto, dove tutto potrebbe andare meglio, il metronomo blues di “Raised Right Men”, scosso dalle rasoiate dell’organo Vox, sembra ricordare il mood di “Heartattack And Vine”. “Talking At The Same Time” è l’appuntamento con il falsetto, quello di “Temptations”, tanto per ricordare una gemma di “Franks Wild Years”. Qui però ci sono le chitarre riverberate di Marc Ribot e di Keith Richards, e c’è l’acredine per chi lucra sulle disgrazie altrui: “Sono tempi duri per qualcuno, per altri è una bellezza, c’è gente che fa soldi quando il sangue è nella strada”.
Se nella martellata “Get Lost” (ti sfido a tenere i piedi fermi durante l’ascolto) Tom spera di perdersi almeno per una notte, nella tremolante “Face To The Highway” canta “L’oceano vuole un marinaio, la pistola vuole una mano, il denaro vuole uno spendaccione, e la strada vuole un uomo”.
“Pay Me” è una delicatissima ballata con la voce stentorea di “Johnsburg, Illinois”, magistralmente incorniciata dalla fisarmonica di Augie Meyers e dalla chitarra di Ribot, che anche stavolta spennella lo sfondo di tutto il disco con il solito tocco magico.
Si continua a sognare in “Back In The Crowd”: Tom sembra un crooner impolverato che si esibisce sul confine messicano con una banda mariachi che gli risponde dall’altra parte della frontiera. Improvvisamente ci si imbatte nell’architettura sgangherata e dondolante della title track, costruita sulle fondamenta di “Real Gone”: non la sottovalutare, perché entro un paio di giorni ti ritroverai a canticchiarla senza rendertene conto.
Per la prima volta dopo molti anni “Kiss Me” ci riporta indietro, fino a “Blue Valentine”, all’ubriachezza sublimata in oro puro degli anni Asylum. “Baciami ancora come se fossi uno sconosciuto” supplica Tom, spiegando: “Ho bisogno di credere che il nostro amore sia un mistero, ho bisogno di credere che il nostro amore sia un peccato”. E’ sempre il vecchio Tom, che dedica un’altra canzone alla moglie Kathleen Brennan.
“Satisfied” è un omaggio ai Rolling Stones, un pensiero azzeccato visto che Keith Richards suona e canta nel disco come aveva fatto in passato, su “Bone Machine” e “Rain Dogs”. Malinconia e poesia piovono su “Last Leaf”, sostenuta dall’organo e dalle chitarre, oltre che dal caracollante duetto vocale con Richards, in cui racconta dell’ultima foglia rimasta sull’albero, temporaneamente risparmiata dall’autunno della vita.
Un Waits arrabbiato gracchia nella dissonante e rumorosa “Hell Broke Luce”: “Com’è che gli unici responsabili di questo casino hanno i loro culi dispiaciuti spillati a una dannata scrivania?”. Una domanda che potrebbe fare da didascalia per l’istantanea dei nostri tempi.
“New Year’s Eve” è l’ennesima ballata da manuale con la splendida fisarmonica di David Hidalgo (Los Lobos) che fa posto al tema di “Auld Lang Syne”, immancabile colonna sonora del capodanno anglosassone. Può esistere un modo più adatto, elegantemente in equilibrio tra malinconia e aspirazioni, per salutare “Bad As Me” e sperare in un tour europeo che faccia tappa anche da queste parti?
P.S. La versione deluxe comprende anche un bonus cd con tre pezzi extra, uno dei quali (“Tell Me”) è un altro momento prezioso.
Ripescati
Mary Gauthier, “The Foundling”
Lo scorso giugno sono stato alla Biennale dell’Arte di Venezia. Alle Corderie dell’Arsenale c’era un’opera fatta di cera: un gigantesco uomo-candela che si squagliava lentamente, annientandosi davanti agli occhi dei visitatori. Se questo disco non ti fa lo stesso effetto, se non ti senti struggere come cera, se non percepisci un chiaro senso di decomposizione mentre ascolti le parole di Mary Gauthier, se almeno non ti si accappona la pelle, fai un salto dal medico e chiedigli di dare una controllatina: probabilmente sei un cyborg.
“The Foundling” è una sorta di autobiografia di Mary, abbandonata dalla madre, trovatella cresciuta in orfanotrofio e adottata da una famiglia cattolica in Lousiana. E’ l’autoanalisi di una donna che ha vissuto tra sofferenze, misteri e ferite, e che alla fine ha trovato il coraggio per cercare la madre, a cui telefona in “March, 11, 1962” un pezzo che estorcerebbe lacrime a un bancomat
In mezzo a questi due momenti decisivi c’è di tutto: fuga da casa a quindici anni, problemi di droga, arresti, prigione. Ma anche l’università, studi di filosofia, scuola di cucina, undici anni come proprietaria tuttofare in un ristorante, e nuovamente un arresto per guida in stato di ubriachezza. Alla fine (speriamo) di questo percorso angoloso, e superate le dipendenze, c’è la musica, con sette album in tredici anni, di cui questo è l’ultimo, uscito nel 2010.
Le prime parole del disco introducono la protagonista: “Un neonato non voluto, non amato e non benedetto, lasciato davanti a un portone, un ospite non invitato, un’ombra tremante, un bambino senza nome”. “Foundling” significa “trovatella”, e ogni brano è un passo della lunga strada percorsa da Mary nel comprendere e soffrire questa condizione: da “Mama Here, Mama Gone” (titolo già sufficientemente angosciante) a “Goodbye”, “Blood Is Blood”, “The Orphan King”.
Il momento più coinvolgente è proprio “March 11, 1962”, quella telefonata, la “cosa più difficile che abbia mai fatto”.
“Pronto, sono Mary, [nata l’] 11 marzo 1962. Mi ci sono voluti quattrocento dollari e quarant’anni per trovarti. Lo so che è quasi Natale, non cerco di farti piangere, tu ora mi chiedi perché ho chiamato… non so perché”. E il finale, che lascio in inglese:
Look, I know we are strangers/but we might just hurt the same/I’m not looking for ‘I’m sorry’/I’m not looking to lay blame./I just had to thank you once/before this life went by/Yea, that’s why I called/ …Goodbye.”
Non si trova mai un fazzolettino, quando serve.
Applauditi
John Grant, Sala Vanni, Firenze.
Probabilmente non ti rendi conto di quanto valga un album, che già consideri un piccolo capolavoro, finché non ti capita di ascoltare un concerto basato quasi interamente su quel disco. John Grant, che finora ha dato alla luce il solo “Queen of Denmark” a suo nome, e che rivisita con molta parsimonia il repertorio passato con gli Czars, fa esattamente questo: dal 2010 va in giro per concerti mettendo una in fila all’altra le canzoni del lavoro che la rivista Mojo ha considerato il migliore del 2010, con valide ragioni. Alto, barbuto, corpulento, per certi versi ancora goffo sul palco, Grant a Firenze ha fatto segnare a tutti i presenti una data in rosso sul calendario.
Del resto la sola possibilità di assistere a un concerto in una splendida sala affrescata nella centrale Piazza del Carmine, godersi un’anteprima con wine tasting, e poi ritrovarsi a pochi metri dal palco, in un’atmosfera intima, rilassata e comunque molto calda, è un ottimo inizio. Ma non basterebbe, se non ci fossero un paio di ingredienti. Primo, la voce di John Grant, che, soprattutto dal vivo, “esce” profonda, baritonale, calda, ma anche capace di levigature e improvvisi cambi di registro. Secondo, l’assoluta qualità dei pezzi, suonati con l’aiuto di un solo musicista che si alterna con lo stesso Grant tra il pianoforte e una piccola tastiera multieffetto.
Puoi aspettarlo al varco, un piccolo scadimento nella performance o nella scelta dei brani, ma perdi tempo. Grant non ha molto materiale da cui pescare: si concede un paio di passi indietro ai tempi degli Czars, ma per il resto, “Queen of Denmark” è padrone della serata, e porta con sé la caratteristica principale di questo autore, la capacità di indagarsi di fronte al pubblico, di guardare gli aspetti più dolorosi della propria esistenza e farne partecipe l’ascoltatore, spesso con ironia (“Mi sento come Sigourney Weaver quando deve uccidere quegli alieni” in “Sigourney Weaver” oppure “Voglio cambiare il mondo ma non riesco nemmeno a cambiare la mia biancheria intima” in “Queen of Denmark”), altre volte aumentando il ritmo e cercando con più decisione il divertimento (“Chicken Bones”, che ha uno dei videoclip più strampalati di sempre), altre ancora mostrandosi acido e impietoso (“Alla fine Gesù non è venuto a prenderti/sarai ancora qui tra dieci anni/Sei solo un idiota ma vedremo a chi toccherà l’ultima risata/Chissà, magari diventerai la prossima regina di Danimarca”).
Presentando “The Drug”, John spiega: “Questo pezzo cerca di far diventare buffa una vicenda tragica. Più o meno come tutte le altre mie canzoni”. Naturalmente non è semplice spremere comicità dalla storia di un tuo amico che spaccia cocaina, ti introduce alla dipendenza e poi tenta di suicidarsi mentre lo ospiti in casa tua. La vita di John non deve essere stata uno spasso. E’ nato nel Michigan, in una cittadina dove “faceva caldissimo d’estate e freddissimo d’inverno, tanto che a volte dovevamo scavare un tunnel nella neve per uscire di casa”. Molti brani si riferiscono all’identità sessuale e alla pessima reazione della famiglia: “Quando mi sono trasferito in Colorado – ha detto – ho pensato che i guai e l’omosessualità sarebbero rimasti per sempre alle spalle, in Michigan. Sfortunatamente non ha funzionato”.
In fin dei conti anche la carriera musicale, sia con gli Czars che da solista, ha incontrato più ostacoli di quelli che avrebbe meritato. Se non fosse stato per l’interesse dei Midlake, che dopo averlo avuto come supporto nei loro tour, hanno prodotto “Queen of Denmark”, suonando in tutti i pezzi, probabilmente questo ragazzone passerebbe ancora da un rifiuto all’altro, da una promessa all’altra, consumandosi il fegato con le delusioni oltre che per via dei passati (speriamo) abusi. Eppure uno dei pregi di John Grant è proprio quello di non sprofondare nell’autocommiserazione, grazie a un brillante senso dell’umorismo che gli fa scrivere il testo di “I wanna go to Marz” copiando le parole dal menu di una gelateria in cui è cresciuto a forza di coppe Tuttifrutti e Butterscotch. In fondo è una vera fortuna che i Midlake, una delle band migliori di oggi, abbiano preso a cuore la causa: ci hanno regalato dodici perle in un solo album, e hanno permesso a me, e a quanti potevano entrare nella Sala Vanni, di assistere a una gig memorabile.
Playlist Autunnale
“Per me fare una cassetta è un po’ come scrivere una lettera, è tutto un cancellare e ripensarci e cominciare da capo“. (Nick Hornby, “Alta Fedeltà”).
1) Nel Paese Che Sembra Una Scarpa (The Zen Circus)
2) Vagabond (Beirut)
3) Whole Love (Wilco)
4) Hard To Be A Girl (Adam Green)
5) Apothecary Love (The Low Anthem)
6) Wonderful (Brian Wilson)
7) The Chainsaw Sea (Richmond Fontaine)
8) The World (Danger Mouse & Daniele Luppi feat. Jack White)
9) There Was A Man (Pearls Before Swine)
10) Desert Raven (Jonathan Wilson)
11) Birds Fly Backwards (Ed Harcourt)
12) The Great Gig In The Sky (The Last Hurrah!)
13) Tighten Up (The Black Keys)
14) Chicken Bones (John Grant)
15) March 11, 1962 (Mary Gauthier)
16) Back in The Crowd (Tom Waits)



Non la conoscevo nemmeno io fino a qualche mese fa, confesso. Direi di autoassolverci: non si può conoscere tutto e tutti. Io ho lacune come voragini, per dire.
Lei non la conoscevo (vado a crocefiggermi in sala mensa?) Il disco l’ho ascoltato oggi dopo aver letto il blog. Da oggi sono più ricco. Grazie, bella anche la recensione.