Ottobre 2011

Lorenzo Mei

Comprati

In vinile: Miles Davis, “Kind of blue”; Danger Mouse & Daniele Luppi, “Rome”, feat. Jack White & Norah Jones.

In cd: The Zen Circus, “Andate tutti affanculo”, “Vita e opinioni di Nello Scarpellini, gentiluomo”; The National, “The National”, “Boxer”; A.A.V.V., “Return to the dark side of the moon” (Mojo); Laura Marling, “A creature I don’t know”; Wilco, “Being there”; The Black Keys, “Brothers”; Tyrannosaurus Rex, “Prophets, seers & sages the angels of the ages”; Richmond Fontaine, “The high country” (+ bonus cd “Clearcuts”); Brian Wilson, “SMiLE”; Beirut, “The rip tide”; The Low Anthem, “Smart flesh”; Only Ones, “Another girl, another planet. The best of the Only Ones”.

Prenotati

Tom Waits, “Bad as me”.

“Kind of blue” è probabilmente il mio disco preferito in assoluto. Potrei dirlo anche di altri, nei prossimi mesi, ma non saranno più di quattro o cinque, prometto. Di questo capolavoro, che contiene brani immortali come “Blue in green”, “Flamenco Sketches” e “So What”, avevo già più versioni, compresa quella che fa parte del monumentale cofanetto da settanta cd “Miles Davis: The complete Columbia Album Collection”, l’esborso unitario più ingente nella mia gloriosa carriera di spendaccione musicale. Stavolta ho voluto mettere alla prova l’iniziativa editoriale che riporta un po’ di jazz a 33 giri, passando dall’edicola. Onestamente la mia copia sarà pure in vinile da 180 grammi, ma suona un po’ poco e scricchiola un po’ troppo, anche se vale certamente gli 8 euro scarsi che mi è costata. Gli Zen Circus sono un gruppo italiano che con l’ultimo disco ha deciso di cantare sempre nella propria lingua e che vale qualitativamente molte buone band straniere, sbaragliandone di famosissime e pompate. “Rome” è un progetto intrigante, con al centro un musicista italiano e un’atmosfera morriconiana. Il resto del bottino (che ho riportato parzialmente, rimandando il resto a novembre) è frutto della mia spedizione annuale a Londra, dove ancora resistono alcuni negozi di dischi indipendenti, con una meravigliosa selezione e prezzi contenuti. Citerei come minimo Rough Trade East (Brick Lane) e West (Notting Hill), Fopp (Earlham Street), Sister Ray (Berwick Street) e Ray’s Jazz Shop (@Foley’s, Charing Cross Road). “Smile” è stato inevitabile per motivi spiegati qui sotto, Richmond Fontaine e Laura Marling potrebbero presto meritare un paragrafo, Black Keys e Wilco sono due lacune colmate.

Ascoltati

Jonathan Wilson, “Gentle Spirit”.

E’ difficile inventarsi qualcosa di veramente nuovo, nel duemilaundici, se si parla di quella musica che, semplificando, viene etichettata come genericamente “rock” o “pop”, a seconda del grado di spocchia che l’etichettatore si porta dietro. Ormai tutti hanno provato a far suonare di tutto: dalle suppellettili da cucina alle lamiere, dai macchinari industriali ai registratori di cassa, per non parlare dei motori rombanti e del regno animale, sfruttato fino all’ultimo barrito. Si è passati da quattro accordi in croce a partiture zappiane, si è demolito con il punk e poi ricostruito, ma con sempre meno fantasia e più fotocopiatrici. Ogni tanto qualcuno riesce a soffiare un alito di novità, anche leggero, usando chitarre, basso, pianoforte e batteria, oppure diavolerie moderne dotate di microprocessore. Ma è abbastanza raro, sessant’anni dopo Chuck Berry, cinquant’anni dopo i Beatles, quarant’anni dopo David Bowie, trent’anni dopo i Joy Division e perfino quindici anni dopo i Radiohead.

A volte però non c’è bisogno di essere rivoluzionari o innovativi, per spingerti a infilare di continuo il cd nel cassetto del lettore, o appoggiare ripetutamente la puntina sul vinile (come piace oggi ai guru del marketing, oltre che a me). Jonathan Wilson forse non passerà alla storia come l’inventore di un genere, non gli toccherà un ramo principale nell’albero genealogico del folk-rock, o un attico nella Tower of Song (per dirla con Leonard Cohen) ma può regalarvi molte ore di puro godimento con questo suo primo album da solista, richiamandovi alla mente una marea di dischi che avete ascoltato e amato. Direte, probabilmente, “Eppure questa assomiglia un po’ a… ” e vi lancerete a precipizio in una ricerca nella vostra memoria musicale, magari trovando una serie di rimandi e citazioni, alcune solide e ineccepibili, altre personali e più strampalate, un po’ come faccio io. Dunque, vediamo: Pink Floyd, Radiohead, Quicksilver Messenger Service, Crosby, Stills, Nash e parecchio Young, perfino qualche lontana eco degli It’s a beautiful day, sempre che qualcuno se li ricordi. Un po’ di Woodstock generation, ma anche le scorie delle molte collaborazioni che Wilson, in veste di produttore e proprietario di uno studio di registrazione a Los Angeles, ha inanellato nei suoi trentasette anni, da Will Oldham (Bonnie Prince Billy) a Josh Tillman, batterista dei Fleet Foxes. Ci trovo (almeno) tutto questo, in “Gentle Spirit”, senza che il disco finisca per sembrare il magazzino di un rigattiere o una parata delle rimembranze fine a se stessa: Jonathan Wilson è arrivato all’esordio quasi quarantenne, ma l’attesa gli è servita per macinare esperienza e offrirci un lavoro già maturo. Raramente il folk e le atmosfere psichedeliche si sono fuse così bene, in tempi recenti. A fare un album, poi, sono le canzoni, e la maggior parte di queste è tutt’altro che trascurabile. Si parte con la melodia struggente di “Gentle Spirit”, un’introduzione ai temi musicali dell’album, si prosegue con “Can we really party today?”, con attacco stile CSNY, e ci si attorciglia intorno all’arpeggio ipnotico di “Desert Raven”, che sembra risuonare sulle pareti rocciose di un canyon. Al centro c’è “Natural Rhapsody”, con citazioni esplicite dei Radiohead e un latente richiamo ai Pink Floyd, direi a cavallo tra “A Saucerful of Secrets” e “More”. “Don’t give your heart to a rambler” è una cantilena, quasi una ninna nanna, gioiello di delicatezza in ¾, mentre il quieto andamento di “Woe is me”, ancora in territorio Neil Young, si dilata in una ballata acid-folk intrecciata tra le corde di due chitarre. Il finale è affidato alla lunga “Valley of the Silver Moon”, pezzone di oltre dieci minuti che si apre con una chitarra alla Robby Krieger e oscilla tra Crazy Horse e Quicksilver, sigillando degnamente un album che merita attenzione e certamente si farà ascoltare spesso.

Ripescati

Pearls before swine, “Balaklava”, 1968.

Riflettendo sui magici incontri tra folk e psichedelia, mi viene naturale pensare alla band di Tom Rapp, che in Florida negli anni d’oro del rock acido pubblicò almeno due dischi da piazzare su qualsiasi scaffale in cui ci sia uno spazio, tanto per dire, tra i Love e Donovan. Il primo è “One Nation Underground” (1967), esordio di notevole spessore tra le domande esistenzialiste di “Another time”, l’organo martellante di “Playmate”, il canto arrabbiato di “Uncle John” e la danza allucinata di “Surrealist Waltz”. Il secondo è il mio preferito, “Balaklava”, in cui il leader (con un mostruoso difetto di pronuncia delle consonanti e un paio di fondi di bottiglia al posto degli occhiali) sventaglia una raccolta di brani fantasiosi, originali, macabri, pieni di mistero, che vanno dal Dylan distorto di “There was a man” al manifesto pacifista della liquida “Traslucent Carriages”, che cita Erodoto sussurrando “In pace i figli seppelliscono i padri/In guerra i padri seppelliscono i figli”, alla cover di “Suzanne” di Leonard Cohen (uscita solo un anno prima). La drammatica copertina, un quadro di Pieter Bruegel il vecchio (pittore scelto anche per “One Nation”), sintetizza la devastazione della guerra che Rapp vuole denunciare. Dopo cinque dischi con il gruppo, di cui un altro paio di buon livello (“The use of Ashes”, “City of Gold”), Tom Rapp firmò tre album da solista, anche qui con momenti tutt’altro che disprezzabili, per esempio in “Stardancer”. Dopo una lunga pausa, riempita facendo l’avvocato nel campo dei diritti civili, ricomparve nel ’99, con il disco “A Journal of the Plague Year”. Nonostante la scarsa fama tra il grande pubblico, la band era conosciuta e apprezzata da stelle di prima grandezza, ad esempio David Bowie, che l’ha citata più volte come fonte d’ispirazione.

Bonus track: applauditi.

Brian Wilson, Royal Festival Hall, London, 16/9/2011

Devo confessarlo: non sono mai stato un fanatico dei Beach Boys, né di Brian Wilson, per non parlare della mia scarsa simpatia nei confronti degli epigoni di Phil Spector. E’ impossibile non dare a “Pet Sounds” il posto che merita nel libro mastro del rock’n roll, ma, insomma, non ho mai pensato alla band californiana come a una delle mie preferite. Eppure, se una sera ti ritrovi nella balcony di un meraviglioso teatro, al Southbank Centre di Londra, nel giro di un paio d’ore ti rendi conto di quante siano le canzoni di questo signore che ti si sono depositate sottopelle nel corso dei decenni, e di quanti innamorati in giro per il mondo abbia ancora quello che l’Evening Standard, nella sua (positiva) recensione all’evento ha definito “la cosa più lontana possibile da una star del rock and roll”. In effetti Brian fisicamente non è in gran forma, e per una mezz’ora buona ho pensato che la tastiera che aveva davanti (e che non toccava praticamente mai) servisse più come punto d’appoggio che per suonarla (ho ancora qualche dubbio a tal proposito). La prima parte del concerto era dedicata alla rilettura di Gershwin fatta anche in studio per l’ultimo album. Alcuni momenti, come i passaggi di “Rhapsody in blue” e “It ain’t necessarily so”, per citarne due, sono coraggiosi e convincenti, in generale il lavoro è valido, anche se, in un impeto di megalomania, mi verrebbe da dire che Brian ha rispettato fin troppo il genio della musica americana del Novecento. Un fior di musicista, che era con me al concerto, ha concordato, e questo mi rassicura sulla pericolosità acrobatica del mio giudizio. Dopo l’intervallo invece è stato tutto un meraviglioso fiorire di Beach Boys: da “I get around” a “Barbara Ann”, da “Surfin’ Usa” (notoriamente plagiata da “Sweet little sixteen” di Chuck Berry al prezzo di un milioncino di dollari di risarcimento) a “Sloop John B”, passando per “Wouldn’t it be so nice”, “Good vibrations” e una pacificatrice “Johnny B. Goode” (di Chuck Berry, appunto), con la perla della serata (e della carriera), “God only knows”, un pezzo semplicemente irresistibile, ogni volta che lo ascolti. La band era stellare: tripla chitarra, tastiere come se piovesse (compreso l’appoggino), batterista più percussionista, un’immancabile proliferazione di voci, per un sovraffollamento sonoro che di solito non apprezzerei, ma che è l’habitat ideale per la musica di Brian Wilson. Una musica che fa bene alla vita (di chi la ascolta e tristemente non di chi la suona), almeno a giudicare dall’energia dei sessantacinquenni che, attorno a me, cantavano a squarciagola e saltavano come pazzi, specie la signora distinta che mi urlava dietro perché, secondo lei, non ballavo abbastanza. Considerando il marito, ero il secondo peggior ballerino della Royal Festival Hall. Però mi sono divertito un mondo, e con il cuore ballavo, giuro.

13 risposte a Ottobre 2011

  1. Correggo un mio commento precedente: Wilco in Italia a marzo!!!

  2. E’ da ditanellocchi a ripetizione!

  3. Juany, qui interviene la crema della crema del giornalismo musicale italiano. Ma ti rendi ‘onto????

  4. Dè o allora fate tutto voi due.

  5. Io non sto nemmeno a ringraziarti (l’ho fatto però nel numero inaugurale) per tutta la musica che mi hai fatto e mi fai conoscere, altrimenti intaso il server.

  6. Ti quoto alla grande su Jonathan Wilson, nulla di nuovo ma del tutto sublime… quanto a Balaklava devo ringraziarti selo conosco!

  7. Potremmo, in effetti, e prima o poi faremolo. Anzi, ora che ci penso: li vuoi meno tristi dei Beach Boys? Beh, certo, ci sarebbero due fratelli Wilson morti, uno preda di turbe psichiche da quarant’anni, cause legali infinite e liti tra parenti. Ok, metto in agenda un pezzo con le bollicine e senza fiele. Ma intanto facci godere questa sofferenza.

  8. Potete fare un pezzo di rubrica anche con canzoncine che non ti prendano il cuore e te lo strappino in cento pezzi?

  9. Dei Wilco mi piace molto “Yankee Hotel Foxtrot”, gran disco. Questo invece mi mancava, anche se l’avevo ascoltato qua e là. Tra l’altro saranno in tour con supporto di Jonathan Wilson, l’ “ascoltato” del mese, ma non passeranno dall’Italia… Lieto che ti sia piaciuto Bon Iver, avevo pochi dubbi, semmai ti ringrazio per la segnalazione “magica” di “The Foundling” di Mary Gauthier, che finirà prestissimo su questa rubrica.

  10. Bravo, i Wilco sono una lacuna fondamentale da colmare, a mio parere pochi suonano così completi nelle ultime generazioni.
    Grazie per il richiamo a Bon Iver, disco eccezionale!
    Arrivato il Winterland di Jimi Hendrix con Dear Mr. Fantasy…. evito commenti…

  11. Naturalmente stavo parlando del cd. Per il vinile, una bella copia d’epoca, se tenuta alla perfezione, avrebbe la mia preferenza.

  12. La mia impressione è esattamente quella. Devo dire che ho chiesto a un amico, che ha preso lo stesso Lp, e che mi dice che il suo non scricchiola, quindi potrei essere stato sfortunato. Il fatto è che molti dischi comprati al mercatino (naturalmente in condizioni perfette) e stampati decenni fa suonano meglio, almeno a casa mia, di quello che ho appena preso in edicola. Per esempio i due Lp di “The Eminent” Jay Jay Johnson, per non parlare di “Sextet” di Carla Bley. Le diciture in grammi mi pare che ormai significhino poco. Dovessi dare un consiglio a qualcuno che non ha in casa Kind of Blue, gli direi di comprare la normalissima edizione rimasterizzata con l’alt. take di Flamenco Sketches, che si trova, per esempio, su Amazon.co.uk alla ridicola cifra di 2,99 sterline. Poco più di 3 euro. E stiamo parlando del disco più venduto nella storia del Jazz, oltre che del mio preferito.

  13. Ho visto in edicola Kind of Blue e, pochi giorni fa, Blue Train di Coltrane. A vista, la cosa si presenta bene con una perfetta riproduzione della copertina e una buona consistenza del cartoncino. In effetti però avevo qualche dubbio sulla cosa che conta di più: la qualità del suono. Domanda: non è che questi vinili 180gr. siano ottenuti dal riciclo (come dire, dal “rimpasto”) di vecchi fondi di magazzino? Ho visto in alcuni casi, nelle edizioni di un certo valore, alla dizione 180gr. aggiunta anche quella “virgin vinyl”. Non vorrei che si ottenessero questi nuovi vinili ora in edicola nella stessa maniera in cui si fabbricavano gli ultimi vinili “normali” usciti una ventina/venticinquina di anni fa (ricavati dalla fusione per l’appunto di fondi di magazzino, etichette comprese) che, quando li mettevi la prima volta sul piatto, scricchiolavano già come se avessero suonato un anno in un juke-box. [La stessa versione in vinile blu 180gr. inclusa nel box per il quarantennale di Kind of Blue non mi pareva fosse di gran qualità...]

Che volevi dire, insomma?

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