Comprati
In mp4: Tom Waits, “Bad as me” (singolo). In vinile: Leonard Cohen, “Viaggio in una stanza (Songs from a room)”, “Recent Songs”, “Varoius Positions”, “Cohen Live”; Neil Young, “Tonight’s the night”, “Comes a time”; Lou Reed, “Lou Reed Live”. In cd: Talk Talk, “Laughing Stock”, “Spirit of Eden”; James Blake, “James Blake”; Gillian Welch, “The Harrow and the Harvest”; Bon Iver, “For Emma, Forever Ago”; Adam Green, “Friends of Mine”, “Gemstones”; Robert Johnson, “The Complete Collection”.
Come si fa a parlare d’altro subito dopo l’annuncio che fissa al 25 ottobre l’uscita del nuovo album di Tom Waits, preceduto oggi dall’omonimo singolo (acquistabile in file audio su I-Tunes) che sembra riprendere il cammino dove si era interrotto sette anni fa, nei momenti più convincenti di “Real Gone”? E’ dura, ma in qualche modo bisogna andare avanti, magari progettando un numero quasi-monografico al termine di questi due mesi scarsi di attesa. E’ stata l’estate dei mercatini, con buoni affari fatti tra Sarzana e Amsterdam, località non proprio affini ma curiosamente unite dall’ampia disponibilità di Cohen e Young in ottime condizioni e a prezzo modico. Spicca la prima edizione italiana di “Songs from a room”, titolo disinvoltamente tradotto dai discografici nostrani nel 1970 con “Viaggio in una stanza”. I due cd dei Talk Talk sono frutto di un suggerimento ricevuto da un lettore di questa rubrica, e li ritrovate qui sotto tra i “ripescati”. James Blake, appena uscito, è una voce insolita, un timbro angelico alla Antony Hegarty (Antony and the Johnsons) su un tappeto essenziale, volutamente ripetitivo e vagamente ossessionato, fatto di suoni elettronici registrati in casa, che mi ricorda un disco riuscito, “Lovetune for Vacuum”, l’esordio sperimentale dell’austriaca Anja Plaschg, alias “Soap & Skin” (difficile decidere se sia più brutto il nome o lo pseudonimo). Gillian Welch ha fatto un passo verso la tradizione country, e non escludo di dilungarmi sul suo disco in futuro. Bon Iver era il protagonista di agosto, quindi mi limito a dire che “For Emma” è semplicemente imperdibile (basterebbero “Flume”, “Skinny Love” e la title-track) mentre l’inclassificabile Adam Green è un portentoso antidoto contro la noia e la banalità.
Ascoltati
Elias Nardi Quartet feat. Didier Francois, “Orange Trees” (Zone di Musica).
Conosco Elias da quasi quindici anni, tempi in cui mi registrava cassette di Jeff Buckley e Soundgarden, e ancora non trascurava il contrabbasso per dare l’anima a uno strumento poco noto e ancor meno frequentato, ma assolutamente meraviglioso: l’oud, o liuto arabo (http://it.wikipedia.org/wiki/Oud). Quando me lo fece ascoltare la prima volta, devo ammetterlo, pensai che si stesse impelagando in una ricerca di carattere geomusicale, una di quelle a cui spesso si appiccica pigramente l’etichetta “folk etnico”, e che per quanto mi riguarda non oltrepassano la soglia dell’apprezzamento culturale. E’ passato del tempo, e quando ho messo “Orange Tree” nel lettore, invece, ho trovato ben altro, a cominciare da una qualità di composizione strepitosa. E’ impossibile descrivere questo disco affibbiandogli un’appartenenza ben definita, di luogo o di genere. Sta al confine, in entrambi i casi. Ci sono suoni, sapori e illuminazioni che portano in Oriente, ma anche fondamenta solide, in cui si riconosce la maturazione in ambito jazz. C’è l’intento di sperimentare oltre la tradizione, e ci sono perfino sconfinamenti “progressive” nell’unico pezzo che supera gli otto minuti. I musicisti, dallo stesso Nardi, al bassista Carlo La Manna, al percussionista Emanuele Le Pera, a Didier Francois, che imbraccia uno strumento ad arco di origine scandinava, anche questo misconosciuto, la nyckelharpa (http://it.wikipedia.org/wiki/Nyckelharpa), sono bravissimi. Le incursioni di Savino Pantone alla viola e di Ares Tavolazzi (storico bassista degli Area, ma anche sideman tra i migliori in Europa dal jazz alla canzone d’autore) impreziosiscono il lavoro. “Kasos” è l’episodio più lungo, forse il più “narrativo”, con un frequente ritorno al tema principale e digressioni che scrivono un racconto (strumentale, come tutto il disco) ambientato tra spiagge deserte e aranceti, in un alternato richiamo al Medio Oriente, alla Turchia, all’Egeo, subito prima che il basso fretless di La Manna faccia varcare i confini europei. Ci sono altri momenti di eccellenza, come l’apertura “Sis”, in cui una lunga nota di basso introduce la delicata bellezza dell’oud arpeggiato, che subito dopo si intreccia con la nyckelharpa dando vita a una riflessione messa in musica. La ripetizione dei passaggi e le citazioni metageografiche danno sostanza a “Fil Hadika”, mentre “L’albero di arance”, ispirato dall’omonimo quadro del belga Pol Bonduelle (in copertina), è un sogno solitario di Elias, e “Bassideas”, con il quartetto rinforzato da Tavolazzi e Pantone, è probabilmente il momento in cui Est e Ovest si confrontano e si confondono con più decisione, sigillando uno dei dischi più interessanti del 2010, che si distingue anche per la registrazione in presa diretta e la qualità dinamica del suono.
Ripescati
Talk Talk, “Spirit of Eden”, “Laughing Stock”.
E’ difficile credere che questi siano i Talk Talk di “It’s my life” e “It’s a shame”, hit che quelli della mia generazione hanno ascoltato, e i più spavaldi ballato, alle feste di prima liceo. Era un malinconico pop esistenziale, onorevole, ma confezionato (anche) per il mercato. La band di questi due dischi è fatta di tutt’altra pasta. “Spirit of Eden”, del 1988, è un primo passo che sembra a metà strada tra il rock sperimentale con qualche influenza prog, (fatto inconsueto per la fine degli anni Ottanta) per esempio in “Eden” e “Desire” e il deciso riferimento al jazz, come per la milesdavisiana “The Rainbow” o “Inheritance”. Tracce del passato, semmai, si scorgono in “I believe in you”. L’insuccesso di vendite di questo disco non deve stupire, se si pensa quanto può aver spiazzato i fan, e a posteriori quel che impressiona è piuttosto il coraggio del gruppo e, sul piano artistico, l’efficacia con cui la voce, che rimane di impostazione new wave, si innesta nel nuovo ambiente musicale. Con “Laughing Stock” del ‘90 si rasenta la sfida, e il disco è spesso indicato come tappa fondamentale nel cammino verso il post-pop o post-rock, etichette non troppo chiare. L’album continua la sperimentazione e si affida più decisamente alle atmosfere rarefatte (con una sostenibile deriva “ambient”) in cui i singoli suoni assumono un peso specifico rilevante. Ci si muove ancora riferendosi prima di tutto al jazz, spesso declinato in chiave visionaria, come in “Tapehead” e “After the flood”.
Bonus track
Incubi notturni
Qualche settimana fa ho visto un’intervista a Lou Reed sul sito web di un quotidiano. Lamentandosi del fatto che “Songs for Drella”, l’album firmato in tandem con John Cale e dedicato a Andy Warhol, è fuori catalogo in vinile, diceva più o meno: “Caro mio, non puoi assolutamente sapere quanto dura un cd. Magari arrivi a casa, lo metti nel lettore, e dentro non c’è più nulla”.
Nulla.
Dico, vi pare che uno come me possa aver dormito bene dopo aver sentito paventare quest’apocalisse? Probabilmente quello di Lou è solo terrorismo psicologico, ma è un dato di fatto che l’industria musicale stia preparandosi a sacrificare il compact disc, puntando da un lato sulla “musica liquida” (file mp3 e simili) a pagamento, dall’altro rispolverando i vecchi macchinari per stampare i Long Playing, che – si sono resi conto con colpevole mancanza di tempismo – non si possono clonare con un masterizzatore da 20 euro. Non so cosa ci aspetta, personalmente preferirei librerie intere di disconi neri a un hard disk a stato solido rimpinzato di bytes, che probabilmente è quello che mi toccherà.
Nell’incertezza, come potete dedurre dalla frequenza di questa rubrica e dal paragrafo “Comprati”, arraffo legalmente quanti più dischi posso, in vinile e soprattutto in cd, perché ancora peggio dell’incubo in cui non funzionano più c’è quello in cui non li fabbricano più. Vi esorto dunque a utilizzare la mia stessa tattica: riempitevi la casa di dischi, che tra qualche anno saranno rarità, fatelo prima che Lou Reed ci spieghi che l’hard disk a stato solido si può autoformattare da un momento all’altro. Comprate tutti i dischi (belli) che trovate, fino a che le vostre finanze ve lo consentono. Tanto, se fra qualche anno non li vorrete più, saprete a chi venderli.
A me.



Certo, stavo scherzando! Volevo solo prenderti un pò in giro. Un bacione!!
Mi ha incuriosito la tua bella recensione sul disco di Nardi. Credo che di questo non potrò fare a meno – un po’ per la qualità della musica che, da come tu racconti, sembra davvero ottima – un po’ per la presenza di Tavolazzi che è sempre un valore aggiunto – un po’ per la partecipazione di Savino Pantone, amico di vecchia data, con cui in passato (ma anche recentemente) ho avuto il privilegio di suonare (S., rispetto a me, appartiene a una categoria decisamente superiore) e oggi Maestro di violino di Salima – un po’, e soprattutto, perchè dobbiamo per quanto ci è possibile supportare la musica indipendente che, grazie alle odierne risorse tecnologiche, ha opportunità ben maggiori che in passato di raggiungere l’ascoltatore. Sempre più frequentemente, i giovani musicisti che guardano alla musica come ad una forma d’arte usano questi canali, piuttosto che l’agonizzante industria discografica.
Dei sette vinili comprati, soltanto uno (Lour Reed Live) non lo avevo nemmeno in cd, il che rende ancora più grave la mia malattia, però almeno mi mette al riparo dal teorema Reed.
Condivido lo shopper compulsivo, sono tornato a casa da Parigi con 22 cd, di cui 18 usati pagati pochissimo, e un vinile (In the court of the Crimson king… no comment).
Condivido anche l’amore per il disco di Bon Iver (tra il lunare e il nevoso).
Mi sono poi accorto che in estate tendo all’hard rock, ripescando Led Zeppelin.
Il mio ritrovato del mese è LA woman.
Complimenti per Tonight’s the night, imperdibile, ma devi completare la trilogia con On the beach e Zuma, sempre che non siano già nella tua bacheca!
Il paragrafo “Comprati” è un fedelissimo diario dei dischi che compro, non una lista di quelli che escono nel mese. Può sembrare strano, ma in agosto ho veramente comprato sette Lp e otto Cd. Sono un caso grave di shopper musicale compulsivo, l’idea dalla rubrica nasce da questo, solo che invece di essere terapica peggiora la situazione. ;-) Ad ogni modo sono acquisti che riispecchiano i miei gusti, ma anche le fissazioni del momento, il genere che ascolto più volentieri in un determinato periodo. Di solito in autunno, dopo il festival di Serravalle, ho un periodo Jazz, l’estate è stata molto rock, non ascolto canzoni italiane da parecchi mesi. Chissà di cosa avrò voglia quest’inverno… L’unica certezza è che a metà settembre andrò a Londra, e inevitabilmente “Comprati” è destinato a gonfiarsi anche a ottobre.
Cercherò di arraffarne più che posso, ma ho il forte sospetto che di quelli che sceglierò saprai senz’altro fare a meno! Scherzo. Sempre preciso, professionale, a tratti malinconico, ma sempre te e sempre grazie! Se posso fare un appunto senza prendere delle sprangate sulla schiena, ti sei dimenticato dell’ultimo singolo di Vasco uscito ieri….forse avevi già scritto l’articolo (!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!)